Gesù ha fatto di me un testimone ( II )

Gesù ha fatto un Testimone, Padre Émilien, José H. Prado Fores

B. Malattia del cuore e guarigione interiore

Siamo tutti consapevoli delle gravi ripercussioni che il nostro passato ha sul nostro presente. Parleremo ora degli atteggiamenti malaticci della nostra personalità e delle relazioni che abbiamo con gli altri, e che hanno le loro radici nelle dolorose esperienze della nostra storia. Quanti traumi sono stati causati dalle ferite del nostro passato. Conseguenze negative si producono sul piano fisiologico, come possono essere, per esempio, certe malattie fisiche causate da ferite emotive.

Altre conseguenze negative si producono sul piano psicologico, come sono, per esempio, i complessi che hanno la loro radice in ferite emotive, talvolta persino in ferite causate dalle colpe della nostra vita. Si può scoprire che molte debolezze nella nostra vita cristiana hanno la loro radice in avvenimenti della nostra vita che ci hanno profondamente ferito, e queste ferite possono diventare come delle crepe attraverso le quali si infiltra il peccato. Queste malattie emotive del nostro cuore, il Signore può guarirle in una preghiera di guarigione interiore.

In un centro psichiatrico di Montréal c'era un cieco che era un caso medico strano. Aveva perso la vista senza alcuna causa apparente. Il nervo ottico, la pupilla e la cornea erano in perfette condizioni. Non c'era alcuna causa di cecità. Grazie a un trattamento ipnotico, si scoprì che la causa risaliva al tempo in cui era molto piccolo e dormiva nella stessa camera dei suoi genitori. Una notte, essi ebbero rapporti sessuali molto intensi che il bambino interpretò come un'aggressione del padre contro la madre.

Questo gli causò un trauma così profondo che chiuse gli occhi davanti a quell'aggressione e a ogni realtà diventando cieco. Trovando la radice del problema si fece la terapia adeguata e dopo alcuni mesi recuperò la vista. È la stessa cosa che fa il Signore Gesù nella preghiera di guarigione interiore, andando alla radice dei nostri conflitti per guarirli. Il vantaggio è che Lui non si fa pagare e che agisce molto più rapidamente degli psicologi e degli psichiatri di questo mondo. «Lui che guarisce i cuori infranti e fascia le loro ferite.» (Sal. 147, 3).

Abbiamo un Dio meraviglioso, capace di andare in fondo ai nostri problemi per guarirci e liberarci. Prima esisteva una bella preghiera nella liturgia: «Liberaci, Signore, dai nostri mali, passati, presenti e futuri.» Il nostro Dio è capace di guarirci perché Lui non è nel tempo. Piuttosto, egli è in tutti i tempi perché è lo stesso ieri, oggi e sempre. Per fare questo, bisogna prima che sia chiarita la causa della nostra ferita.

Non solo prenderne coscienza, ma esporla alla luce dell'amore di Dio in un totale abbandono, chiedendogli di guarire nella sua infinita misericordia le nostre ferite. La metà della guarigione di un problema emotivo risiede nella capacità di ascoltare il paziente con amore e senza giudicarlo. Ci sono malattie e ferite fisiche che sono guarite da bagni di sole. La persona si espone ai raggi del sole che la penetrano e la guariscono. Allo stesso modo, Gesù, sole di giustizia, guarisce le ferite del cuore.

Se esponiamo tutto il nostro essere e soprattutto le ferite ai raggi del suo cuore misericordioso, il suo calore ci penetra e ci guarisce: «Per voi che temete il mio Nome, il sole di giustizia splenderà, con la guarigione nei suoi raggi.» (Malachia 3, 20). L'incubazione dei ricordi dolorosi nella nostra memoria produce traumi e complessi nelle nostre relazioni con gli altri e persino con Dio.

È per questo che il ministero della guarigione interiore comincia innanzitutto nel campo delle nostre memorie, perché ciò che abbiamo archiviato nella nostra memoria, coscientemente o incoscientemente, produce reazioni somatiche, organiche e nervose. In un clima di preghiera e di fede, cerchiamo di far ritrovare alla persona l'origine delle sue sofferenze (rifiuto familiare, abbandono, violenza, fallimento, incidente, ecc.). Allora si prendono ciascuno degli incidenti dolorosi per esporli alla luce del Signore con l'autorità del Nome di Gesù.

Lui, che è il medico di ieri, di oggi e di sempre, guarisce le ferite della memoria come il sole guarisce le ferite del nostro corpo. Comandiamo nel Nome di Gesù, mediante il potere delle sue sante piaghe (le sue ferite che hanno guarito le nostre), che siano guarite le nostre malattie. «Ti libero nel nome di Gesù dalle paure, dalle angosce e dai complessi, ecc., causati da questi avvenimenti.»

a) Radice del problema. Non dobbiamo confondere la guarigione con la soppressione dei sintomi. Non possiamo lasciarci abbindolare dai sintomi perché essi sgorgono, si trasformano, mentre il problema rimane. Accade, per esempio, che alcune persone rinuncino al tabacco con qualche metodo, ma poi mangino di più. Un alcolizzato può smettere di bere ma, se non è guarito alla base, soccomberà ad altri vizi. In questi casi, il problema non è risolto ma trasferito. Assomiglia a un pallone gonfiato: se lo si preme da un lato, l'aria va dall'altro.

In generale, è una ferita di mancanza d'amore o una perversione dell'amore che sta alla base di tutte le nostre malattie. È per questo che si dice: «Guarigione del cuore.» Un'esperienza negativa d'amore, per mancanza o perversione, si guarisce con esperienze positive vere d'amore. Per questo non basta scoprire il problema o la radice dei conflitti, ma è più importante riempire quel vuoto con l'amore misericordioso del cuore di Gesù.

L'essenziale è fare nostri i meriti della morte del Cristo per godere dei frutti della sua risurrezione, nella certezza di fede che 2000 anni fa Lui si è caricato della croce che ci dà la pace.

Nella guarigione non si tratta di sopprimere i sintomi (il dolore) ma di andare alla radice dei problemi. Essi non sono che epifenomeni; dobbiamo sforzarci di trovare quella causa. La guarigione di Gesù agisce in profondità. Scioglie il nodo principale che è l'origine di tutte le complicazioni. Questa radice può essere scoperta in due modi: o dialogando con la persona, cercando di scoprire quando e come è nato il problema, o mediante il discernimento carismatico. C'era una persona che soffriva di crisi d'asma così violente da soffocare quasi.

Parlando con Monsignor Alfonso Uribe Jaramillo e cercando come e quando era cominciata la sua malattia, si rese conto che prima della nascita del suo secondo figlio c'era una sua vicina di mala fede che pretendeva che non fosse il figlio di suo marito. Questo la ferì tanto che il suo asma cominciò. Non era una malattia ma il sintomo di una ferita emotiva che sparì non appena la ebbe scoperta e chiesta la propria guarigione. Per il discernimento carismatico, in certe occasioni, il Signore dà una luce speciale per andare fino alla radice del problema.

Il Signore viene in aiuto della nostra impotenza affinché, scoprendo la causa della malattia (cosa umanamente impossibile, o che richiederebbe troppo tempo e troppi metodi psicologici), questa possa essere guarita. Il discernimento carismatico non è il frutto di una tecnica psicologica ma una grazia speciale del Signore in un caso particolare.

Una bambina di 13 anni si svegliò una domenica a mezzanotte, molto spaventata, con grida e sussulti perché un uomo si era introdotto nella sua camera. La mattina dopo, era cieca. Poiché la famiglia era povera, si cercarono rimedi «da donnette» e in seguito si ricorse al medico, senza risultati. Allora, la portarono in chiesa. Siccome non capisco nulla di medicina, cominciai a pregare. Lo feci senza risultati.

Allora cominciai a pregare in lingue, e compresi molto chiaramente che quella bambina non era cieca ma che aveva una ferita emotiva a causa dell'impressione che aveva ricevuto vedendo un uomo entrare nella sua camera. Chiedemmo al Signore di guarirla dalle sue ferite emotive e dieci minuti dopo ella cominciò a vedere; aveva completamente recuperato la vista. La sua ferita emotiva era la radice del male fisico. Una volta curata la causa, ne fu curata anche la conseguenza. Si deve pregare perché il Signore spezzi i legami con il passato che si ripercuotono sul presente.

Poi, si chiese al Signore di riempire d'amore, di comprensione e di pace quel momento o quelle circostanze dolorose.

In un ritiro a Caracas, in Venezuela, una religiosa ci raccontò che, nonostante la soddisfazione che le davano la sua vocazione e il suo apostolato missionario, era sempre immersa in una tristezza di cui ignorava la causa. Pregammo per la sua guarigione interiore e durante la preghiera in lingue una sorella ebbe l'immagine nella mente di una bambina di 5 anni che piangeva, sperduta in un bosco, circondata da abeti e da neve.

Chiedemmo alla religiosa se quell'immagine le diceva qualcosa ed ella rispose con le lacrime agli occhi: Quando ero piccola, un inverno, uscii di casa, persi le tracce del sentiero nella neve e non potei rientrare. I miei genitori non sapevano più dove cercarmi. Restai diverse ore sola e sperduta, soffrendo molto, pensando che non avrei più potuto rivedere i miei genitori. Allora pregammo Gesù, il Buon Pastore, di guarire quella ferita emotiva, perché Egli era con lei in quei momenti dolorosi e non l'ha mai lasciata sola, e non ha permesso che si smarrisse sui sentieri della vita.

Fu guarita e la gioia tornò nella sua vita e nel suo lavoro. Per il nostro Dio tutto è presente; egli ci guarisce dai nostri mali anche se sono sepolti nel passato.

La guarigione dei ricordi risiede nel fatto che Gesù è lo stesso ieri, oggi e sempre (Ebrei 13, 8) e che i meriti redentori della sua morte e della sua risurrezione sono sempre presenti ed efficaci. Nel ministero della guarigione, noi beneficiamo dei meriti della morte del Cristo per vivere i frutti della sua redenzione in un momento determinato della nostra vita. Il punto di partenza è la certezza che Gesù, 2000 anni fa, si è caricato dei nostri dolori e delle nostre malattie. Con la fede, facciamo nostra la vittoria del Cristo.

Con la guarigione interiore nasce una speranza per coloro che si erano rassegnati a vivere con abitudini e traumi. Una porta è aperta per la guarigione di coloro che non potevano cambiare nonostante tutti gli sforzi umani che facevano, e si spezzano gli ormeggi che ci rendevano schiavi del passato. Gesù è venuto a portare la Vita e la Vita in abbondanza. Egli ci vuole liberi e ci rende capaci di essere liberi da ogni legame che ci incatena a un triste passato o a un'esperienza negativa.

Ci sono persone che si avvicinano al sacramento della riconciliazione per confessare sempre le stesse colpe e gli stessi peccati. In questo modo, sembra che questo sacramento ci accordi solo il perdono di Dio e non la forza di essere vittoriosi nella lotta contro il peccato. La guarigione interiore è venuta a liberarci da queste dipendenze che ci rendono schiavi e non ci lasciano volare all'altezza dell'unione con Dio e della santificazione. Questo significa, allora, che la guarigione interiore sia più efficace del sacramento?

In nessun modo, perché è nel sacramento della Riconciliazione che la guarigione interiore può essere più profonda. Se i sacerdoti fossero consapevoli del potere di guarigione del sacramento della Riconciliazione, non smetterebbero mai di usarlo. Il sacerdote che riduce il sacramento all'assoluzione e non prega per la guarigione interiore, riduce lamentevolmente il potere del sacramento.

Preghiera per la guarigione dei ricordi

Poiché siamo tutti malati delle ferite del nostro passato, ecco una preghiera di guarigione interiore perché il Signore guarisca il cuore di coloro che riconosceranno di averne bisogno. Padre di bontà, Padre d'amore, ti benedico, ti lodo e ti rendo grazie, perché per amore ci hai donato Gesù. Grazie, Padre, alla luce del tuo Spirito comprendiamo che è Lui la luce, la Verità e il Buon Pastore che è venuto perché noi avessimo la vita e la vita in abbondanza. Oggi, Padre, voglio presentarti questo figlio (questa figlia). Tu lo (la) conosci per nome.

Te lo (la) presento, Signore, perché tu getti uno sguardo di Padre sulla sua vita. Tu conosci il suo cuore e le ferite della sua storia. Tu sai tutto ciò che ha voluto fare e non ha fatto. Sai ciò che ha fatto e il male che gli (le) è stato fatto. Conosci i suoi limiti, i suoi errori e il suo peccato. Conosci i traumi e i complessi della sua vita. Oggi, Padre, ti chiediamo per l'Amore del tuo figlio Gesù Cristo di spargere il tuo Spirito Santo su questo fratello, questa sorella, perché il calore del tuo amore che guarisce penetri nel più intimo del suo cuore.

Tu che guarisci i cuori infranti e ne fasci le ferite, guarisci questo fratello (questa sorella), Padre. Entra in questo cuore, Signore, come sei entrato nella casa dove erano i tuoi discepoli impauriti. Sei apparso in mezzo a loro e hai detto loro: «La pace sia con voi.» Entra in questo cuore e donagli la tua pace. Riempilo d'amore. Sappiamo che l'amore scaccia la paura.

Passa nella sua vita e guarisci il suo cuore. Sappiamo, Signore, che tu lo fai ogni volta che te lo chiediamo e te lo chiediamo con Maria, nostra Madre, lei che era alle Nozze di Cana, quando non c'era più vino, e Tu rispondesti al suo desiderio trasformando l'acqua in vino. Cambia il suo cuore, donagli un cuore generoso, affabile, pieno di bontà, donagli un cuore nuovo. Fai sgorgare, Signore, in questo fratello (questa sorella), i frutti della tua presenza. Donagli i frutti del tuo Spirito, che sono: amore, pace e gioia.

Fai che discenda su di lui lo Spirito delle Beatitudini, perché possa gustare e cercare Dio ogni giorno, vivendo senza complessi né traumi accanto al suo sposo (alla sua sposa), alla sua famiglia e ai suoi fratelli. Ti rendo grazie, Padre, per ciò che fai oggi nella sua vita. Ti rendiamo grazie di tutto cuore perché sei Tu che ci guarisci. Tu che ci liberi. Tu che spezzi le nostre catene e ci restituisci la libertà. Grazie, Signore, perché siamo templi del tuo Spirito, e questo tempio non può essere distrutto perché è la Casa di Dio.

Ti rendiamo grazie, Signore, per la fede, per l'amore che hai messo nei nostri cuori. Come sei grande, Signore! Sii benedetto e lodato, Signore.

b) La preghiera. Credo che ciò che ci aiuta di più a pregare per la guarigione interiore degli altri sia l'aver avuto noi stessi, in precedenza, questa esperienza. È la compassione che dobbiamo chiedere per prima. È una caratteristica essenziale del cuore misericordioso del Cristo Gesù. Lui aveva compassione della gente, ed è per questo che la guariva e la nutriva. Senza compassione (soffrire con), la nostra preghiera è solo vocale ed esteriore, non viene dal cuore. Per la preghiera di guarigione interiore non c'è un modello da seguire sempre.

Ma bisogna seguire Gesù, che insegnò e guarì sotto l'impulso dello Spirito. Non conosco metodi, Gesù non ne aveva. Vogliamo presentare solo un'esperienza, come Dio ci ha insegnato a pregare per i malati. Ecco alcune piste che possono servire ad altri, senza dimenticare che Dio può mostrarne loro delle altre.

1) Nel nome di Gesù. Gesù Cristo è l'unico mediatore tra Dio e gli uomini; per questo non c'è altro nome che sia stato dato agli uomini per la loro salvezza. (I Timoteo 2, 5; Atti 4, 12). Solo Gesù guarisce, libera e salva. Tutto ciò che chiediamo nel suo Nome, il Padre ce lo accorda (Giovanni 16, 23). La preghiera nel Nome di Gesù non si limita alla pronuncia di questo Nome ma fa appello soprattutto alla fiducia. Mentre Lui prega in noi, e noi in lui, il Padre ascolta sempre le nostre preghiere. Alcuni, durante la preghiera di guarigione e più specialmente quella di liberazione, ripetono e cantano il Santo Nome di Gesù diverse volte. È vero che questo nome racchiude salute e potere, poiché significa «Dio salva», e sappiamo bene che la parola di Dio realizza ciò che contiene. È nel nome di Gesù che i malati sono guariti (Matteo 7, 22; Atti 4, 30).

2) Per il sangue dell'agnello. Si invoca il valore del prezioso sangue di Gesù, agnello di Dio che toglie il peccato dal mondo, perché ci liberi dal potere delle tenebre. Invochiamo il sangue del Cristo Gesù, perché, talvolta dopo una ferita emotiva, un'oppressione, un'ossessione e persino una malattia fisica, si racchiude in sé un elemento di peccato. Allora preghiamo: Per il prezioso sangue del Cristo Gesù, ti dichiaro libero da ogni attaccamento e da ogni male, che ti impedisce di vivere in pienezza la vita del Cristo Gesù. La lettera agli Efesini (1, 7) afferma che per il sangue del Cristo siamo stati riscattati.

Ecco una testimonianza di ciò in una lettera che ci giunge dal Guatemala: Nell'assemblea di preghiera per i malati, ero seduta più in basso di voi, senza potervi vedere. Vi sentivo soltanto. A mano a mano che parlavate, entravo in questo mondo meraviglioso di Dio senza rendermene conto. A un tratto, cominciai ad accorgermi che qualcosa di speciale stava accadendo. Mi sentivo come fluttuare nell'aria, cominciavo a bagnarmi di sudore e sentivo il bisogno di glorificare Dio ad alta voce. Le mie lacrime erano abbondanti. Poi, venne la preghiera per i malati.

Ci avete fatto meditare sulla croce del Signore. La immaginavo molto chiaramente. Allora, mi sentii immersa in quel prezioso sangue. Allora ebbi pianti di tristezza a causa dei miei peccati. Egli mi disse allora: «Ti amo. In tutti questi momenti di mancanza di comprensione, consolati perché ti amavo.» (adesso piango di nuovo mentre lo scrivo). Allora sentii una pressione nello stomaco. Il Signore guariva la mia vescica e la mia uretra che, in seguito ai miei parti, erano state spostate e ostruite. Passai tutta la notte a lodare il Signore senza poter dormire.

È passato un anno e non ho più avuto alcun dolore. Ma la cosa più importante è che a partire dal momento in cui mi sono sentita inondata dal sangue del Cristo, cose meravigliose sono accadute nella mia vita spirituale. Virginie Diaz de Enriquez

3) Per le piaghe di Gesù. Attraverso le ferite di Gesù siamo stati guariti dalle nostre ferite. Per le sue piaghe siamo stati guariti. Lui ha sopportato il castigo che ci porta la pace e siamo stati guariti dalla sua flagellazione. Il Servo di Dio si è caricato di tutti i nostri dolori e di tutte le nostre malattie perché, liberati dalla paura, possiamo servire in santità e giustizia tutti i giorni della nostra vita. È per questa ragione che abbiamo l'abitudine di pregare così: «Per le 5 piaghe del Cristo Gesù, ti dichiaro libero con la libertà di un figlio di Dio riscattato dal Cristo Gesù. Signore Gesù, per il potere delle tue piaghe, guarisci le ferite dei ricordi. Guarisci la radice di questo problema che causa tristezza, odio, paura, ecc.»

4) Pregare in lingue. Parleremo di questo argomento più a lungo in un altro capitolo. Tuttavia, vogliamo già affermare che quando preghiamo in lingue il nostro spirito è completamente a disposizione del Signore perché egli ci usi come canali limpidi di grazie di guarigione. La preghiera in lingue è uno strumento meraviglioso, capace di penetrare fin dove l'uomo e la scienza non possono arrivare. Durante un ritiro sacerdotale a Lione, in Francia, c'erano sacerdoti aperti al dono delle lingue, ma ce n'erano anche che vi si opponevano e perfino se ne facevano beffe.

Il peggiore di tutti era un missionario che insegnava lingua araba in un'università d'Africa. Il 2° giorno questo sacerdote si mise in piedi davanti a tutti e scrisse dei segni molto bizzarri alla lavagna. Poi, molto commosso, ci spiegò: «Durante la preghiera in lingue di ieri, dicevate questo in arabo: “Dio fa misericordia.”» In ogni preghiera in lingue: «Dio ci fa misericordia», perché «non sappiamo chiedere come si deve, allora lo Spirito viene in aiuto della nostra debolezza e intercede per noi con gemiti ineffabili.» (Romani 8, 26).

5) Intercessione di Maria. Ne riparleremo anche, ma ella ha il suo posto tra gli elementi fondamentali della preghiera di guarigione. È la persona che ha il più forte carisma di guarigione perché porta Gesù, la nostra salvezza, ed è ai piedi della croce dove l'agnello di Dio fu ferito dalle nostre rivolte. L'intercessione della preghiera di Maria è constatata da tutti nei santuari mariani.

C. Malattia dello spirito e riconciliazione

Anche la nostra anima può ammalarsi, ed ecco che è più grave di un cancro o di un trauma psicologico. Un sabato, Gesù arrivò alla Piscina di Bethesda, «Casa della Misericordia». Vide un uomo che giaceva sul suo letto e gli ordinò: «Alzati. Prendi il tuo giaciglio e cammina.» Quest'uomo, paralizzato da 38 anni, trovò grazia davanti agli occhi di Dio, si alzò e cominciò a camminare. Poi, il Maestro lo ritrovò e gli disse: Eccoti guarito; non peccare più, per timore che ti accada di peggio. (Giovanni 5, 1-14).

Gesù non affermò che se avesse peccato sarebbe stato paralizzato più di 38 anni, ma che il fatto di peccare sarebbe stato più grave di 38 anni di paralisi. Inoltre, il peccato non è solo una malattia, esso produce necessariamente la morte. San Paolo afferma che: Il salario del peccato è la morte. (Romani 6, 23). Il peccato produce la morte perché ci priva della vita di Dio o, meglio, di Dio che è la vita. Mi hanno abbandonato, me, la fonte d'acqua viva, per scavarsi delle cisterne, cisterne screpolate che non trattengono l'acqua. (Geremia 2, 13).

Il peccato, fondamentalmente, è una mancanza di fede in Dio, provocata generalmente da un eccesso di fiducia in noi stessi. Crediamo più in noi (nei nostri valori, nei nostri pensieri, nelle nostre sicurezze, ecc.) che in Dio. Il frutto proibito del paradiso è l'uomo che fa più affidamento sui propri mezzi per ottenere la realizzazione di sé che sul cammino proposto da Dio. Il peccato nuoce più all'uomo che a Dio stesso (Proverbi 8, 36) (Geremia 26, 19). Le vostre rivolte mi nuocerebbero? No, è a voi che nuocciono per la vostra confusione. (Ger. 7, 19).

Dio ci ama così tanto che, conoscendo il male che il peccato produce in noi, ci proibisce il peccato perché non vuole che siamo schiavi. La guarigione completa consiste nella nostra liberazione dalla legge del peccato, che ci porta a fare il male che non vogliamo e ci impedisce di fare il bene che ci proponiamo di fare. Dio quindi non solo ci perdona i nostri peccati ma, in più, ci fortifica perché non pecchiamo più. Inoltre, cambia il nostro cuore perché vogliamo e facciamo ciò che Lui comanda.

Non che comandi dall'esterno, ma è un imperativo che sgorga come un'esigenza dell'essere stesso che è stato trasformato dallo Spirito Santo. Non c'è uomo che sia più uomo di colui che è stato liberato dalla schiavitù del peccato. Dio è il Dio del perdono (Neem. 9, 17), che perdona sempre e per sempre. Da parte sua, Lui ci ha già perdonato tutti i nostri peccati. Il sangue prezioso del Cristo sulla croce è il rimedio che ci guarisce dai nostri peccati.

Quale Dio è come te, che toglie l'iniquità e cancella la ribellione del suo popolo? Tu non conservi la tua collera per sempre perché sei un Dio la cui gioia è l'Amore. Tu hai sempre pietà di noi e calpesti le nostre iniquità. Tu scagli in fondo al mare tutti i nostri peccati. (Michea 7, 18-19). Per noi, dobbiamo prendere questo rimedio nella fede, per mezzo della riconciliazione. Con la fede facciamo nostri i meriti del Cristo Gesù sulla croce. Con la conversione mettiamo in gioco tutto il potenziale dei frutti della sua redenzione.

Ci basta confessare che siamo peccatori davanti alla sua misericordia per essere perdonati. Se confessiamo i nostri peccati, lui, fedele e giusto, perdonerà i nostri peccati e ci purificherà da ogni iniquità. (I Giovanni, 1, 9). In questo campo, la Riconciliazione gioca un grande ruolo perché è il sacramento dell'incontro di gioia, il ritorno del figliol prodigo alla casa del suo padre misericordioso, che gli mette scarpe nuove (la dignità), un vestito fine (una vita nuova) e l'anello (dell'erede); e organizza una festa, perché il figlio che si credeva morto è tornato alla Vita (Luca 15, 11-24).

Gesù ha inviato gli apostoli a risuscitare i morti (Matteo 10, 8) e non c'è più morto di colui che ha perso la vita di Dio con il peccato. Tuttavia, molti non comprendono ancora questo bel sacramento, ne hanno paura e cercano mille scuse per non confessarsi. C'era un sacerdote che lavorava in un piccolo villaggio del Polo Nord. Per andare al villaggio più vicino, dove c'era un altro sacerdote per confessarsi, non c'era strada e doveva prendere un vecchio aereo leggero.

Per questo diceva: Io non mi confesso più, perché andare a confessarmi per un peccato veniale è davvero troppo caro pagare il viaggio in aereo. E se ho fatto un peccato mortale, ho paura di salire sul vecchio velivolo. Un giorno, tornavo al mio villaggio in macchina. Senza accorgermene, superai il limite di velocità e un poliziotto mi raggiunse in moto. Mi fermai e il poliziotto si avvicinò con la sua pistola. In collera, perché mi seguiva da 10 minuti, mi chiese mentre leggeva i miei documenti: «Siete voi il famoso Padre Tardif.»

Padre Émilien Tardif

«Sì, risposi, desiderate confessarvi?» Si spaventò a tal punto da restituirmi immediatamente i documenti e mi disse che aveva fretta. Con la sua pistola e tutto il resto, aveva paura di confessarsi. Non ci fu né multa né confessione a causa di quella paura. Abbiamo paura della confessione perché non comprendiamo che è il sacramento dell'Amore di Dio. Ogni volta che chiediamo perdono al Signore, qualunque sia il nostro peccato, Egli ci perdona. Non si scandalizza mai dei nostri peccati.

Egli attende soltanto che li riconosciamo e che gli chiediamo perdono senza scusarci né minimizzare la colpa. C'è un solo peccato che Dio non può perdonare: quello per il quale non gli chiediamo perdono, quello che non riconosciamo come peccato, quello che auto giustifichiamo. Il sacerdote è il ministro del perdono di Dio. Non è giudice, né carnefice, ma canale attraverso il quale passa la misericordia divina. Non c'è missione più profonda e più efficace di quella di accogliere il peccatore sprofondato nel fango del peccato e di collocarlo davanti alla porta del paradiso.

Il sacerdote è l'unica persona di tutta la parrocchia che abbia il potere di perdonare i peccati e di presiedere l'Eucaristia. Nessuno può sostituirlo. Ogni volta che il sacerdote confessa, è un profeta di Dio che, a nome del Signore, ci dice: «Ti assolvo dai tuoi peccati.» Egli parla a nome di Dio. Inoltre, così come l'Eucaristia è il luogo privilegiato per ricevere la guarigione fisica, la Riconciliazione è il momento migliore per pregare per la guarigione interiore.

Un sacerdote mi obiettò, molto convinto: «Non posso pregare lentamente per ogni persona in particolare perché allora non avrei più il tempo di lavorare.» Io gli risposi: «Ma quale altro lavoro hai se non liberare gli oppressi ed essere ministro della riconciliazione?» Lui pensava che ridipingere la sala parrocchiale fosse il suo lavoro, sacrificando ciò che solo Lui poteva fare, ciò che nessun altro al posto suo poteva fare, per fare ciò che gli altri potevano fare.

Ce ne sono altri che preferiscono contare il denaro della colletta piuttosto che raccontare alla gente le meraviglie di Dio e liberarli dalla loro schiavitù.

D. Convalescenza

Per tutti i casi di malattie che abbiamo visto, la tappa della convalescenza ha un'importanza capitale perché da essa dipende tutta la guarigione. Tanto nella guarigione fisica quanto in quella interiore. Quando il Signore è intervenuto in maniera stupefacente o miracolosa, la persona ha bisogno di una tappa di convalescenza per non ricadere. Ecco alcuni aspetti di ciò che intendiamo per convalescenza:

a) Vita sacramentale. La persona che è stata guarita dal Signore ha bisogno, in modo tutto speciale, di un nutrimento tonificante che Dio ci offre attraverso i sacramenti. Parliamo di vita sacramentale perché è la vita, la vita divina, che si comunica attraverso di essi. Non se ne può fare a meno se si vuole una guarigione totale.

b) Preghiera. È il contatto diretto con la fonte della salute. Il contatto con il Signore è più importante del sangue o dell'ossigeno per il malato. Se spezziamo questo contatto, ci esponiamo a perdere qualcosa di più prezioso della salute fisica o interiore. La preghiera è una comunione d'amore.

c) Lettura della Parola. La Parola di Dio purifica (Giovanni 15, 3) e guarisce: «non sono né le piante né gli impiastri che li hanno guariti, ma la tua Parola che guarisce tutto.» (Sapienza 16, 12). La Scrittura letta e pregata con fede è il rimedio più efficace perché è la Parola della Vita eterna. (Giovanni 6, 69).

d) La comunità. Talvolta si perde il frutto di una guarigione interiore perché ci si isola e non ci si integra nella comunità. Ancora di più, possiamo affermare che Dio vuole che sia sano tutto il corpo di suo Figlio e non soltanto le membra. La guarigione completa si dà nella misura in cui viviamo il mistero di essere il corpo del Cristo. Comunità di fede e d'amore nella speranza della patria definitiva.

e) Il servizio. Cerchiamo tutti la felicità, ed è per questo che vogliamo la guarigione. Tuttavia, la guarigione completa la troviamo nelle beatitudini del Cristo Gesù. Gesù ci ha dato una regola d'oro per essere felici: «C'è più gioia nel dare che nel ricevere» (Atti 20, 31). Nella misura in cui usciremo da noi stessi per donarci agli altri, raggiungeremo la perfetta guarigione. Quando Gesù ha liberato Maria Maddalena dai suoi 7 demoni, ci fu una lunga tappa di convalescenza per la guarigione totale. Se ci facciamo caso, Maria Maddalena è passata attraverso i 5 punti che abbiamo appena elencato.

VI LA LIBERAZIONE

Esiste un campo tanto delicato quanto reale, che è quello dell'azione del Demonio sul mondo e sulle persone. Gesù ne parla spesso e frequentemente lo troviamo immerso nella lotta contro Satana e i suoi poteri che dominano il mondo. Inoltre, una delle prove che Gesù offre del suo messianismo è l'espulsione dei demoni: Se col dito di Dio io scaccio i demoni, è perché il Regno di Dio è arrivato (Luca 11, 20; Matteo 8, 16; Luca 7, 21). Gesù ha vinto con la sua morte il Principe delle tenebre, e con la sua risurrezione siamo stati trasportati nel Regno del suo amore.

Pietro (Atti 10, 38) riassume l'opera messianica di Gesù in 4 punti: — Unto dallo Spirito Santo e dal suo potere. — Fece il bene. — Guarendo. — Liberando coloro che erano oppressi dal diavolo. È in questa sintesi che possiamo cogliere il ministero della liberazione. Non è un ministero isolato; si integra nel contesto dell'evangelizzazione. Sono persone che hanno ricevuto da Dio l'unzione dello Spirito Santo che lo realizzano nel nome di Gesù. Non si tratta soltanto di scacciare i demoni ma di fare il bene, il massimo del bene: lasciar agire la salvezza della persona e della comunità.

Anche gli apostoli sono stati inviati per evangelizzare e scacciare i demoni (Matteo 10, 7. 8) e tornarono felici perché li dominavano (Luca 10, 17). Tuttavia ci sono persone che pensano che trarre da questi testi la conclusione dell'esistenza e dell'azione del Demonio sarebbe fondamentalismo biblico o un ritorno a idee medievali. Non è che mi interessi proclamare e far conoscere l'esistenza di Satana, ma bisogna che il mondo conosca e ami Gesù. Ora, Satana è il grande nemico di Dio che mette un ostacolo al nostro incontro con il Signore.

Se ignoriamo le specie di menzogne di cui egli si serve sempre, non potremo essere prevenuti contro i suoi attacchi.

Il Papa Paolo VI nel suo celebre discorso del 15 novembre 1972 diceva: «Uno dei principali bisogni della Chiesa di oggi è quello dei mezzi di difesa contro il Maligno, che si chiama il Demonio. Il male non è una semplice assenza di qualcosa ma un agente effettivo, un essere vivente e spirituale, pervertito, perverso e che perverte. È andare contro gli insegnamenti della Bibbia e della Chiesa il rifiutarsi di ammettere una tale realtà.» Bisogna dire che il Padre Nostro si conclude con queste parole «Liberaci dal Maligno», non soltanto «dal male» come generalmente si traduce (Matteo 6, 13).

«La grande vittoria di Satana — commenta il Padre Salvador Carrillo, dottore in Teologia, — è che non crediamo più in lui, permettendogli così di agire in piena libertà. La Bibbia parla poco del Demonio. Nell'Antico Testamento quasi non appare. Dopo la venuta di Gesù la sua influenza diminuisce di nuovo, non apparendo che in pochissimi testi. È nei Vangeli, di fronte alla presenza salvifica del Cristo Gesù, che si ravviva la sua azione e si rivela la sua presenza.

Che c'è, allora, di strano nel fatto che, nel momento in cui viviamo questa manifestazione potente del Cristo, si scatenino le forze del male, come accadde durante il ministero di Gesù?» Insistiamo sul fatto che l'azione diabolica non deve essere centro d'attenzione. Essa è soltanto sintomatica, il segno che Gesù sta agendo potentemente tra noi. Egli è venuto a liberarci dal potere del principe di questo mondo, e ha vinto la battaglia sulla croce. Satana è vinto, ed è per questo che talvolta è infuriato, perché è incatenato. Gesù ha già schiacciato la testa del nemico (Gen. 3, 15).

Ce ne sono che proclamano e perfino esagerano il potere e l'azione di Satana, attribuendogli tutto ciò che è cattivo, la prima difficoltà o la prima malattia. Vedono diavoli dappertutto e vogliono esorcizzare il primo raffreddore che hanno. È questo l'altro estremo. Si dimentica che i nemici dell'anima sono anche il mondo e la carne. Satana ama due cose: che lo ignoriamo o che gli diamo il ruolo più grande. La sua azione si manifesta sotto tre forme: l'oppressione e l'ossessione, che sono le più generali; e la possessione, che è poco frequente.

A. L'oppressione. È l'azione di Satana sui corpi o sulle cose. Per esempio, rumori notturni, cose che si muovono, luci che si spengono, voci, certe malattie bizzarre che non hanno spiegazione medica, ecc. Sono azioni esteriori. Un vescovo delle Antille mi inviò un giorno sua cugina, che soffriva di una malattia molto strana. Pregammo e il Signore la liberò. Poi ella mi chiese di venire a casa sua perché vi accadevano cose bizzarre. Le dissi che non lo volevo perché il suo vescovo poteva andarvi e benedire la sua casa. Il vescovo si recò là e benedisse la casa.

Allora il problema cessò. Tutto fu molto semplice perché per Gesù tutto è molto semplice. Noi abbiamo distinto i problemi facili dai problemi difficili, ma per Gesù tutti i problemi sono facili, altrimenti non sarebbe il Signore. Ricordo un altro caso molto importante. Un uomo di nome Julio Nunez, che non poteva camminare se non a quattro zampe come un piccolo animale, fu guarito dal Signore in un'assemblea di preghiera. La sua guarigione ebbe un tale impatto che testimoniava ovunque.

Una signora lo incontrò un giorno e gli chiese: «Non sei tu il paralitico?» «Sì, ma il Signore mi ha raddrizzato.» Lo abbiamo perfino invitato più volte ad accompagnarci e a testimoniare durante numerosi ritiri la meravigliosa guarigione che aveva ricevuto. Un anno dopo, il Parroco di San Francisco de Macorís ci chiese di predicare un ritiro carismatico. Invitai Julio Nunez, pensando che la sua testimonianza sarebbe stata più forte in quanto membro della parrocchia. Al mio arrivo, mentre mi informavo di lui, una signora si avvicinò e mi disse tristemente: «Padre, Julio ha avuto una ricaduta.

Sì, Padre, può camminare solo a quattro zampe.» «Da quando?» «Da cinque giorni.» Lo mandai a prendere a cavallo. Cominciammo a pregare chiedendo la sua guarigione. Io dissi al Signore: Signore, non vorrai mica farci questo, qui, nella parrocchia di Julio, cosa penserà la gente? Ma il Signore non lo guariva. Allora cominciammo a pregare in lingue e mi venne alla mente, in un lampo, il nome «spirito di malattia». Allora presi autorità, nel nome di Gesù, e dissi: Spirito di malattia, ti ordino nel Nome di Gesù di uscire e di lasciare in libertà questo figlio di Dio.

Ti comando nel Nome di Gesù di andare a prostrarti ai suoi piedi perché egli disponga di te, e ti interdico di ricominciare a molestare questa persona che è figlia di Dio, e nulla in lui ti appartiene.

Julio sentì un brivido e, in tutta semplicità, si alzò e cominciò a camminare. Satana lo opprimeva perché non potesse dare la testimonianza della sua guarigione. Ma Dio è più intelligente e ristabilì Julio. La sua testimonianza fu doppia: quella della sua guarigione e quella della sua liberazione dall'oppressione. Nella preghiera in lingue il Signore venne in aiuto alla nostra debolezza e ci diede un discernimento carismatico per dirci cosa accadeva a Julio. Egli soffriva di uno spirito di malattia.

Questo può sembrare strano a coloro che non hanno letto il Vangelo, ma vi si incontra un caso molto simile: C'era una donna che uno spirito rendeva malata da 18 anni; era tutta incurvata e non poteva affatto raddrizzarsi (Luca 13, 11). Gesù fece una liberazione quando le disse «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Negli Atti degli Apostoli si constata che la gente portava agli apostoli malati e persone tormentate dagli spiriti (Atti 5, 16).

B. L'ossessione. Chiamiamo ossessione l'influenza o l'azione del nemico sullo spirito delle persone. L'oppressione si manifesta sul piano esteriore o materiale; l'ossessione, invece, si manifesta all'interno. Ci sono persone tormentate da spaventose ossessioni sessuali, da idee di suicidio, da uno spirito di bestemmia, di autodistruzione, di disprezzo, o uno spirito che si sente indegno del perdono di Dio, ecc. In questi casi, talvolta la causa non è soltanto fisica o psicologica, ma si è tormentati da un'ossessione che rende schiavi e toglie le forze che rendono vittoriosi.

L'ossessione è come una tentazione ma, invece di essere passeggera, è permanente, oltre al fatto che ha una forza e un'intensità che superano le nostre capacità umane di vincerla. Un giorno a Città del Messico, mi portarono una donna che da anni soffriva di strani tormenti. Pregammo per lei e le chiedemmo di dire con noi il Padre Nostro. Ma non poteva dire «Perdona noi come noi perdoniamo a coloro che ci hanno offesi». Ella aveva un grande rancore perché un nemico, per vendicarsi della sua famiglia, aveva gettato un maleficio su di lei.

Dopo di ciò ella cominciò a soffrire molto e a odiare quell'uomo. Non era un semplice risentimento ma una vera schiavitù. Pregammo per la sua liberazione senza risultato. Allora mi ricordai di quel giovane che i discepoli non erano riusciti a liberare dal legame di Satana e che condussero a Gesù. Dunque ci avvicinammo al Santissimo Sacramento e chiedemmo a Gesù di liberarla mediante il suo sangue prezioso. Il Signore la liberò immediatamente dallo spirito di stregoneria e dal rancore. Per la prima volta da molto tempo ella poté recitare il Padre Nostro.

Nella Repubblica Dominicana c'era un uomo sposato con una donna con due bambini piccoli. Ma lui non riusciva ad abbandonare la prostituzione. Era un desiderio superiore alle sue forze e che non poteva dominare. Si sforzava di farlo senza risultato. Allora facemmo una preghiera di liberazione per lui, senza risultato, finché comprendemmo che non solo bisognava scacciare lo spirito impuro ma invitare quell'uomo a pentirsi e ad avvicinarsi al sacramento della riconciliazione e dell'Eucaristia. Allora il Signore fece la sua opera ed egli fu liberato dalla sua ossessione.

In Québec c'era una religiosa che, quando andava a comunicarsi, aveva nella mente come un'immagine piena di bestemmie. Piangeva e soffriva molto a causa di ciò. Parlò al suo confessore, che le consigliò di pregare la Vergine Maria. Né le penitenze né i digiuni le davano risultati. Un giorno un sacerdote carismatico del Québec andò al convento, pregò per lei, perché fosse liberata da quello spirito di bestemmia. Ella fu completamente ristabilita grazie a quella preghiera.

Nel Nuovo Testamento ci sono diverse specie di spiriti che bisogna conoscere: — Spirito immondo o impuro, che è il più frequente (Matteo 12, 43; Marco 1, 23, 26, 27; Marco 3, 11; 5, 2, 8, 13; 7, 25) (Luca 4, 33-36; 6, 18; 8, 29; 9, 25-42; 11, 24) — Spirito muto (Marco 9, 17) — Spirito sordo e muto (Marco 9, 25 b) — Spiriti cattivi (Luca 7, 21) (Atti 19, 12) — Spiriti maligni (Luca 8, 2) — Spiriti di divinazione (Atti 10, 16) — Spirito del male (Efesini 6, 12) — Spiriti ingannatori (1 Tm 4, 1).

a) La preghiera di liberazione. Il ministero della liberazione si realizza grazie al nome di Gesù Cristo e al suo potere. È nel suo nome che preghiamo il Padre e resistiamo alle trappole del Nemico. È con il suo potere che liberiamo da ogni oppressione e ossessione. Questa liberazione ha due aspetti: — pregare il Padre nel Nome di Gesù perché liberi la persona da tutto ciò che la rende schiava. Questo aspetto è evidente e non richiede acclamazione. — comandare con il potere del Cristo, che ha detto: Nel mio Nome scacceranno i demoni (Marco 16, 17).

Non si tratta di una richiesta ma di un ordine di lasciare la persona libera e in pace. Questa autorità si esercita nel Nome del Cristo Gesù. La preghiera più semplice ed efficace è in San Paolo: Nel nome del Cristo Gesù, ti ordino di uscire da questa donna (Atti 16, 18). Alcuni scacciano lo spirito ma non gli interdicono di tornare, dimenticando questa parola del Vangelo: Lo spirito erra per luoghi aridi in cerca di riposo, e può tornare con altri sette più forti di lui. (Matteo 12, 43-45). Bisogna dargli l'ordine «Ti interdico di tornare» (Marco 1, 25).

Per fare questa preghiera, bisogna prima chiedere la protezione del Signore. Così, come nella notte di Pasqua gli stipiti degli ebrei, protetti dal sangue dell'agnello pasquale, erano rispettati dall'angelo sterminatore, così il sangue dell'Agnello di Dio ci copre, ci protegge e ci libera da ogni influenza del male. Generalmente faccio una preghiera come questa: «Rivendico su di me e su coloro che sono qui il Sangue dell'Agnello di Dio, che toglie il peccato dal mondo, perché ci purifichi da ogni peccato e ci protegga da ogni influenza del Maligno».

Ricordo uno dei primi casi di liberazione in cui abbiamo commesso errori ma che ci insegnò molto.

Senza chiedere una protezione preliminare, facemmo una preghiera di liberazione per una persona in un gruppo di preghiera dove c'erano più di trenta persone. Pregammo e comandammo allo spirito di uscire nel nome di Gesù. Quella persona si alzò liberata, ma subito un'altra persona manifestò gli stessi sintomi. Pregammo di nuovo e il Signore la liberò, ma il problema si era ancora spostato su un'altra persona.

Oltre al fatto che non avevamo chiesto la protezione del Signore, abbiamo imparato una cosa per tutta la vita. — Non basta scacciare lo spirito, ma bisogna interdirgli di tornare (Marco 9, 25) e inviarlo ai piedi della croce perché il Cristo disponga di lui. — Questa preghiera deve farsi in comunità ristretta, in luogo privato, senza curiosi né bambini. — Il gruppo deve essere formato da persone mature e prudenti, che non vedano diavoli dappertutto ma che sappiano discernere la sua influenza e la sua presenza. — Prendiamo autorità su ogni legame e lo spezziamo nel Nome di Gesù, mediante il suo Prezioso Sangue e le sue piaghe gloriose.

Ancora un aspetto importante: non basta scacciare le tenebre, bisogna accendere la luce del Cristo. Se evangelizziamo autenticamente, portando il Cristo agli altri, eviteremo numerosi casi di liberazione, perché quando il Cristo Gesù, il più forte, entra, scaccia il più debole (Luca 11, 22). La luce respinge le tenebre (Giovanni 1, 5). La liberazione efficace non può essere condotta a buon fine che in un'evangelizzazione integrale. Scacciare gli spiriti per scacciarli non ha alcun senso. Gesù ha inviato i suoi apostoli ad annunziare il suo Regno e non a scacciare i demoni.

L'espulsione è una conseguenza dell'evangelizzazione (Matteo 10, 7. 8). In generale, rifiuto di pregare per la liberazione di persone che non sono impegnate in un processo di conversione.

b) Autoliberazione. Nei casi di ossessione e di oppressione possiamo fare una preghiera di autoliberazione tenendo conto di tutto ciò che è stato appena detto. Con la fede del nostro battesimo condividiamo la vittoria del Cristo e riceviamo dal suo Nome l'autorità di scacciare gli spiriti che ci inquietano, ci imbarazzano e ci disturbano. Con il potere del Cristo, la persona si dichiara libera grazie al Sangue di Gesù. Secondo il caso e il discernimento carismatico, si può fare la preghiera seguente: «Spirito di (suicidio, disprezzo, impurità, rancore, paura, ecc.), ti ordino nel Nome di Gesù di allontanarti da me e di andare ai piedi di Gesù perché egli disponga di te. Ti interdico, nel Nome di Gesù, di tornare a nuocermi».

C. La possessione. È molto rara e non dobbiamo pensarvi se non in ultima istanza, dopo aver esaurito le altre possibilità. Viene dal fatto che la persona ha consegnato la sua volontà coscientemente a Satana, vendendo la sua anima, firmando patti satanici con il suo sangue o appartenendo a persone consacrate dai loro genitori al Diavolo, come fanno certi stregoni. Questa schiavitù è così forte che la persona perde la volontà e la possibilità di liberarsi dalle sue catene. Allora è necessario un potere superiore attraverso un esorcismo liturgico. Questo esorcismo formale è fatto dal vescovo o da un sacerdote delegato da lui per questo ministero, che si svolge accompagnato da molte preghiere e digiuni.

VII AIUTI PER LA GUARIGIONE

Alcuni autori, segnalando ostacoli alla guarigione, fanno un elenco di atti o atteggiamenti che bloccano l'azione del Signore. Ciò sembra discutibile perché Gesù è il maestro dell'impossibile e nulla può impedire la sua azione «salvifica». Egli è libero e potente e può agire con la nostra collaborazione o senza. Agisce in un modo o nell'altro, talvolta. È certo che ci guarisce gratuitamente. Per esempio, si afferma che l'assenza di fede sia una causa per cui il Signore non ci guarisce. Tuttavia, io sono testimone di guarigioni tra i musulmani e tra gente senza fede.

Dio è molto più grande della nostra mancanza di fede. Non possiamo imporgli regole di condotta. Le sue vie non sono le nostre, sono migliori (Isaia 55, 8). È per questa ragione che preferisco parlare di mezzi e di aiuti che favoriscono l'azione di Dio. La grazia di Dio è efficace, ma se è su un terreno preparato, allora può dare frutti più abbondanti.

A. Evangelizzando. Il peggio di tutto sarebbe dissociare il ministero della guarigione dal suo contesto di evangelizzazione. La guarigione isolata e separata dall'annunzio esplicito della salvezza nel Cristo Gesù è facilmente fraintesa. La promessa di Gesù: Nel mio Nome scaccerete i demoni, parlerete lingue nuove, imporrete le mani ai malati ed essi saranno guariti viene immediatamente dopo l'ordine Andate in tutto il mondo e proclamate la Buona Novella a tutte le nazioni (Marco 16, 14-16).

Evangelizzare è instaurare la salvezza integrale dell'uomo mediante il Cristo Gesù, salvezza che si estende al corpo, all'anima e allo spirito. Guarire senza annunziare la Buona Novella della salvezza è opera di ciarlatano. La guarigione realizzata da Dio è sempre in un contesto di evangelizzazione. Gesù ha inviato i suoi Apostoli per evangelizzare e, con questo mezzo, guarire i malati. Non solo guarire ma proclamare un messaggio. Le due cose vanno sempre insieme. L'ultima parola del Vangelo di Marco è: Partirono a predicare; ovunque il Signore collaborava e confermava la Parola con i segni che l'accompagnavano.

È per questo che non amo pregare per i malati se non posso proclamare che Gesù è vivo e dare alcune testimonianze che dimostrano che il Vangelo è vero e che è vissuto oggi. Io sono testimone della moltiplicazione dei miracoli e delle guarigioni quando si annunzia Gesù. Non capisco come ci possano ancora essere persone che si stupiscono e non accettano i miracoli. A me, ciò che mi stupirebbe di più è che Gesù non mantenesse le sue promesse di guarire i malati quando annunziamo il suo Nome.

Durante il congresso del Québec nel 1974 mi fu chiesta una sessione sui segni che accompagnavano l'evangelizzazione. La sala della conferenza era piena di 2000 persone. Poiché c'era molto rumore nel corridoio, uscii io stesso a chiudere la porta perché fossimo tutti più raccolti.

Nel corridoio c'era una signora su una sedia a rotelle che non camminava più da cinque anni e mezzo. La invitai a entrare ma mi rispose: «Vorrei tanto, ma non mi lasciano entrare, perché la sala è piena e non posso camminare.» «Venga», le dissi, e spinsi la sedia. Chiusi la porta e cominciai la mia conferenza, insistendo sull'importanza di annunziare Gesù risorto, che guarisce e salva ogni uomo e tutti gli uomini. Diedi la testimonianza della mia guarigione e dissi come il Signore guarisce con il suo amore.

Sottolineai l'importanza della testimonianza delle meraviglie del Signore nella nostra vita. Un uomo si mise in piedi e disse: Sono cristiano e credo in Dio. Ma sono medico e credo che, prima di affermare che siamo guariti, dovremmo fare un esame medico che lo confermi, come a Lourdes. Da medico avete il diritto di farlo, ma quando qualcuno riceve una guarigione come è stato il mio caso, non può aspettare che i medici dicano la loro per rendere grazie a Dio. Egli ribatté dicendo che dovevamo essere prudenti, ecc., e usava parole che io stesso non capivo.

I suoi discorsi erano come ghiaccio che cadeva sull'assemblea, perché io non sapevo cosa rispondergli. Mentre questo medico, nella sua saggezza e nella sua prudenza, gettava il dubbio nell'assemblea, la signora della sedia a rotelle, che io stesso avevo introdotto nella sala, sentì una forza invaderla, si alzò e cominciò a camminare da sola nella navata. Erano cinque anni e mezzo che, a causa di un incidente d'auto, non camminava più. Le erano state tolte le rotule in un'operazione delicata. E quindi, dal punto di vista medico, non poteva più camminare.

Ma il Signore la fece alzare tra gli applausi e l'ammirazione di tutti. Gli uni piangevano, gli altri la felicitavano. Il suo nome era Hélène Lacroix. Arrivata al microfono, ci diede la sua testimonianza. Quando ebbe finito e la gente applaudiva, mi rivolsi al medico e gli chiesi se credeva che valesse la pena aspettare un esame medico o se non dovevamo già rendere grazie a Dio. Egli si gettò in ginocchio sul pavimento. Era il più commosso di tutti. Si sentiva addolorato e vergognoso di essersi reso ridicolo.

Gli dissi: Non vi preoccupate, Dio voleva fare oggi un grande miracolo e si è servito di voi per manifestare la sua Gloria dicendo «Visto che padre Émilien non può risponderti, ti risponderò io». Tale fu la prima guarigione fisica che vidi con i miei occhi, precisamente mentre evangelizzavo.

B. Nella Fede e nell'attesa. La fede è come un canale potente che favorisce l'acqua viva della salvezza perché inondi le nostre vite. La fede ci fa entrare in comunione con Dio stesso e partecipare alla sua salvezza integrale con guarigione fisica o interiore. La fede è avere fiducia, dipendere da Dio e abbandonarsi senza condizioni a Lui, al suo disegno sulla nostra vita, rinunziando ai nostri piani e ai nostri mezzi di salvezza. Vale a dire che la fede ci fa fissare gli occhi sul Signore Gesù, che è morto per noi ed è risorto. Ci sono persone che tengono gli occhi fissi su se stesse e non sul Signore.

Pensano più alla loro guarigione che a Colui che guarisce. Si tratta di avere fede in Gesù, non fede nella nostra fede. Quest'ultima non serve a nulla. Il più grande atto di fede è credere che Dio è più grande della nostra piccola fede e che non può dipendere da noi. Chiamiamo «attesa nella fede» la certezza e la fiducia che abbiamo in un Dio che agisce secondo le sue promesse, sapendo che egli vuole guarirci. Quando crediamo in questo modo, è come se, invece di tendere fili sottili, ne tendessimo di enormi, affinché l'azione di Dio abbia un voltaggio potente.

Io, generalmente, non accetto di pregare per i malati senza aver prima edificato la loro fede con qualche testimonianza, perché attendano e abbiano fiducia nel Signore che vuole guarirli. Un giorno concelebravo l'Eucaristia con un vescovo. La sua omelia fu un gioiello: mostrava brillantemente il valore della croce e della sofferenza.

Dopo la comunione mi sorprese, perché mi chiese di pregare per i malati e gli risposi: Monsignore, la vostra omelia sulla croce è stata così bella che ormai nessuno vuole più guarire; ma, se mi permettete di parlare del potere della croce e della guarigione come segno dell'amore di Dio... Gesù ci ha promesso che otterremmo ciò che crederemmo di avere già ricevuto (Marco 11, 24). Il Vangelo è pieno di persone che chiedono e ricevono, cercano e trovano, chiamano e gli viene aperta la porta. Dio ci chiede di essere semplici nella nostra fede.

Tuttavia ci sono persone che pregano così: Signore, se è tua volontà e se ciò mi conviene per la mia santificazione e la mia salvezza eterna, allora guariscimi.

Ce ne sono che mettono tante condizioni che quelle sembrano scusare la loro mancanza di fede. Dobbiamo essere poveri che dipendono completamente dal loro padre. Un bambino non dice mai a sua madre: «Mamma, se mi conviene, se non fa male al mio colesterolo, dammi un uovo!» Il bambino chiede semplicemente e la madre sa ciò che gli conviene o no. Bisogna essere poveri e umili, per chiedere con la fiducia di ricevere. Altri limitano il potere di Dio e dicono: «Signore, sono malato al cuore, alla gola e al ginocchio, ma purché tu mi guarisca il cuore, mi basterebbe».

Anche questi pregano male. Bisogna chiedere il pacchetto pieno senza mettere limiti all'azione di Dio. Lui è magnanimo e dà in abbondanza. Se possiede e dà lo Spirito Santo senza misura, è senza misura che concede i suoi doni. Quando papa Leone XIII festeggiava i suoi 50 anni di episcopato, un cardinale volle adulare: «Chiediamo a Dio di darvi ancora 50 anni simili». E il papa di replicare con sagacia: «Non imponete limiti alla Provvidenza divina!» Il 13 giugno 1975 andai in campagna per celebrare la festa di sant'Antonio.

Ho confessato, predicato, sono uscito rapidamente dalla Sacrestia perché avevo ancora dei battesimi da fare e molte altre cose. Una ragazza venne incontro a me, tenendo sua madre per mano, e mi disse molto decisa: «Padre, pregate perché mia madre guarisca!» Io le risposi un po' seccato: «Ma abbiamo appena fatto la preghiera per tutti i malati». Allora ella, con la fede della donna sirofenicia del vangelo, disse: «È che mia madre è sorda e non si è resa conto del momento in cui avete pregato».

Provai compassione per quella gente così povera e così semplice, le feci cenno di sedersi in fretta e tutta la mia preghiera fu: «Signore, guariscila, ma in fretta perché ho molto lavoro». Subito mi chinai e chiesi alla madre: «Da quanto tempo siete sorda?» «Da 8 anni.» Fui sorpreso di sentirla, perché pensavo che non dovesse aver sentito la mia domanda. Allora le parlai a voce più bassa e le dissi: «Sembrate una buona mamma».

Lei sorrise, mi aveva sentito! Ma è soprattutto il Signore che aveva sentito la nostra preghiera così originale. Ella sentì come un soffio rapido che entrava nelle sue orecchie e le sturava. Allora potei verificare la verità di questa parola del Signore: Prima che voi mi chiamiate, io vi risponderò; voi starete ancora parlando che già vi ascolterò (Isaia 65, 24). E la convinzione del credente che afferma: La Parola non è ancora sulla mia lingua che già tu, Yahweh, la conosci tutta intera (Salmi 139, 4).

La fede e la guarigione sono intimamente legate, come lo dice in maniera così bella Maria Teresa G. de Báez, guarita da Dio da un'artrite reumatoide, cosa che fece sì che tutta la sua famiglia potesse avvicinarsi al Signore: Non ho parole, perché oggi non devo solo ringraziare Dio per la mia guarigione fisica ma anche per qualcosa di più grande e di più meraviglioso, che è la fede, per la quale Dio è diventato la parola dei miei canti, l'immagine dei miei sogni e la luce dei miei occhi. Paraguay-Asunción, 25/8/1981.

C. Pentimento. Esso favorisce le guarigioni fisiche e interiori. La malattia è in sé (non tale o tal altra in particolare) il frutto del peccato. Se ci pentiamo del nostro peccato e ci convertiamo a Dio, necessariamente le conseguenze del peccato cesseranno. Basta leggere I Cor. 11, 30. Confesso che ci sono persone che vivono nel peccato e sono guarite dal Signore, ma sono anche testimone che la maggior parte di coloro che ricevono la guarigione sono portati a un pentimento. Tuttavia il cammino normale è quello che troviamo nel Vangelo. Dapprima la guarigione del peccato.

«I tuoi peccati ti sono perdonati». Poi la guarigione fisica. «Alzati, prendi il tuo giaciglio e cammina» (Marco 2, 5-11). Una ragazza di 26 anni, Altagracia Rosario, era sorda da 2 anni e cieca da diversi mesi e, in più, un'anemia la teneva a letto in attesa della morte. Sua madre la portò alla quinta riunione di Pimentel nel 1975. C'era talmente tanta gente ovunque che dovette stenderla per terra. La povera malata, sorda e cieca, soffriva molto e non si rendeva conto di ciò che accadeva. Il giorno dopo era completamente guarita: vedeva e sentiva perfettamente.

Ma, la cosa più meravigliosa non fu la guarigione dei suoi occhi e delle sue orecchie, ma l'ingresso del Signore nel suo cuore e l'abbandono del peccato nel quale si trovava da molto tempo. Poi divenne catechista e testimoniò a San Francisco de Macorís, la sua città natale. Mesi dopo, mentre viveva felicemente la nuova vita che Gesù le aveva dato, si ammalò e ebbe molta febbre. Il 18 novembre disse gioiosamente a sua madre: Mamma, ho sentito la voce del Signore nel mio cuore. Mi diceva che tra due giorni sarebbe venuto a prendermi per portarmi con Lui!

La madre le rispose: Altagracia, non dire questo. È la tua febbre che ti fa delirare e pensare che sia la voce del Signore. Non ripeterlo, perché si prenderanno gioco di te. Tuttavia ella lo diceva a tutte le catechiste che venivano a trovarla. E, effettivamente, il 20 novembre morì felice e cantando come un uccello. Il suo funerale fu molto bello, tra canti di gioia e di speranza. Era stata guarita completamente: non ci fu né lutto né lacrime, ma felicità e gioia, perché aveva raggiunto definitivamente colui che amava.

Una signora, Anette Giroux, che aveva 28 anni, soffriva del morbo di Parkinson. I suoi genitori la portarono alla messa di chiusura del Congresso di Montréal alla Pentecoste del 1979. Al momento della comunione, un sacerdote salì i gradini e venne a offrirle la comunione, ma ella gli disse: No, non posso comunicarmi perché vivo nel peccato. Viveva da due anni in concubinato. Fu lì e in quel momento che decise di cambiare condotta. Si pentì, si confessò, si comunicò e prese il rischio della fede.

Rientrando a casa, disse all'uomo con cui viveva: Da oggi non considerarmi più tua moglie, a meno che tu non voglia sposarmi in Chiesa. Fra tre giorni torno dai miei genitori. Prese una camera separata e due giorni dopo si svegliò con grande calore in tutto il corpo. Si alzò dicendo che non aveva più male. Era completamente guarita. Così, guarita nell'anima e nel corpo, tornò dai suoi genitori.

Due mesi dopo, il suo matrimonio veniva celebrato in presenza dei gruppi di preghiera che avevano ascoltato la sua testimonianza. Prima si era pentita, poi era stata guarita fisicamente. Nel caso di cui parleremo ora accadde esattamente il contrario: Marino non entrava in una chiesa da 10 anni, ma fu guarito dalla sua attrazione per l'alcol, e anche dalla sua ulcera, il giorno in cui sua madre, Sara, diede la testimonianza della sua meravigliosa guarigione. Tornò a casa tutto felice.

Voleva comunicarsi, ma non poteva a causa della sua situazione matrimoniale, perché viveva in adulterio con una donna dalla quale aveva avuto dei figli. Poiché la separazione non era possibile, e meno ancora l'unione con la prima moglie, ma egli aveva una grande fame di Dio, fece camera a parte e visse con sua moglie, per alcuni mesi, come vivono i fratelli e le sorelle. Poté comunicarsi il giorno della Pentecoste e il Signore lo riempì di preziosi carismi per evangelizzare.

Egli mi accompagnava in numerosi ritiri nel paese, parlando alle coppie perché restassero fedeli al Signore nel matrimonio.

Dopo alcuni anni di questo cammino difficile, l'arcivescovo, studiando a fondo il suo primo matrimonio, trovò una causa sufficiente per dichiarare nullo il matrimonio. Così egli poté sposarsi in Chiesa con la donna con la quale viveva. Fu una messa celebrata dall'arcivescovo stesso. La chiesa era piena di coppie alle quali egli aveva predicato la fedeltà coniugale. L'importante è che il Signore vuole guarirci completamente: corpo, anima e spirito. Talvolta la guarigione fisica aiuta la conversione, talvolta il pentimento aiuta la guarigione fisica.

D. Perdonando. Spesso siamo stati testimoni del modo in cui il perdono dato ai nostri nemici comporta l'azione di guarigione di Dio. La preghiera che il Signore ci ha insegnato lo dice chiaramente: — «Perdonaci le nostre offese come noi perdoniamo a coloro che ci hanno offesi» (Matteo 6, 12). Anche altri testi lo dicono. D'altra parte, quasi sempre quando Gesù promette l'efficacia della preghiera e la risposta alle nostre richieste, queste sono legate e dipendenti dal perdono (Matteo 18, 21; Marco 11, 25).

Molte persone pensano che perdonare sia perdere, e non si rendono conto che è vincere, perché ci libera dai nostri odi e dai nostri risentimenti. Ci rende simili a Gesù, che amò i suoi nemici e li perdonò, e ci apre al perdono e alla grazia di Dio. La testimonianza seguente lo mostra: «Una volta sentii che il Signore mi chiedeva di perdonare una persona che mi aveva fatto del male.

Poiché non ero disposto a rinunziare alla vendetta, resistevo e presentavo la seguente scusa: Signore, perché vuoi che preghi per lei, dal momento che, comunque, tu sei così buono che la benedirai anche se non te lo chiedo? E una voce interiore mi rispose chiaramente: Sciocco, non ti rendi conto che, pregando per lei, il primo guarito sei tu? Perdonare è risuscitare in noi la nuova vita portata da Gesù. Perdonare e chiedere perdono è come il lampo che annunzia una pioggia feconda.

La testimonianza di Évaristo lo mostra bene: Dalla mia tenera infanzia, seri problemi con mio padre mi avevano obbligato a lasciare la casa. Io pensavo che il tempo avrebbe guarito tutti quei ricordi amari della mia infanzia, ma non fu così. Vissi sempre con il fardello della mia storia dolorosa. Dio mi fece la grazia di conoscere il Rinnovamento Carismatico, che mi liberò da numerosi legami, dando una grande spinta alla mia vita di fede. Tuttavia qualcosa mi mancava. Non avevo la gioia spontanea e naturale che vedevo in tutta la gente del Rinnovamento. Mi sentivo amaro e annoiato di tutto.

Così passarono alcuni anni, finché nel febbraio 1977 mio padre cadde gravemente malato. Sapevo di avere davanti l'ultima occasione di riconciliarmi con lui, ma non avevo né la forza né il coraggio di farlo. Il 13 febbraio, mentre agonizzava, lottavo dentro di me perché sentivo di non avere la forza di perdonarlo. Mi misi in preghiera e dissi al Signore: Da solo non posso. Una voce interiore mi disse molto chiaramente: Da solo non puoi, ma nel mio Nome puoi. Tutto è possibile per chi crede.

Con la forza del Signore mi avvicinai a mio padre, lo abbracciai perdonandolo di tutto cuore. Non solo questo, ma gli chiesi anche perdono con le lacrime agli occhi. Il volto agonizzante di mio padre si trasfigurò, o forse ero io che lo vedevo con altri occhi, perché il Signore mi aveva trasformato. Lo amavo con il cuore del Cristo Gesù e lo abbracciavo con le braccia di Gesù. Da quel giorno cominciai a intonare un canto nuovo al nostro Dio, una lode di gioia che non è cessata in 7 anni. Il Signore mi ha fatto vedere la gloria grazie a questa guarigione interiore attraverso il perdono.

Ora sono felice e proclamo gioiosamente che il Signore ha fatto meraviglie in me, e testimonio che posso tutto in Colui che mi fortifica. Un'altra bellissima testimonianza è quella di Olga G. de Cabrera, in Guatemala. Per 10 anni ho sofferto di intensi dolori alle gambe e alle braccia, con deformazioni. Vidi 15 medici per la mia guarigione e uno di essi mi disse che bisognava amputarmi la gamba sinistra. Il 1° maggio 1976 ero completamente invalida. Dovevo passare il resto della mia vita a letto e sulla mia sedia a rotelle, che odiavo tanto.

Sapevo che c'era una messa per i malati nella palestra. Decisi di andarci sulla mia sedia a rotelle. Mi collocarono davanti. Quando entrò il cardinale Casariego, si fermò davanti a me, prese le mie mani nelle sue e mi disse: «Il Signore ti ama; oggi ti guarirà.» Quando cominciò la preghiera di guarigione interiore piansi molto e perdonai di tutto cuore coloro che mi avevano fatto tanto male. Poi, quando padre Tardif pregò per la guarigione corporea, sentii che qualcosa mi spingeva e mi diceva: «Alzati e cammina!» Sentii un forte calore e poi un brivido.

Con gli occhi pieni di lacrime, mi alzai e cominciai a camminare davanti all'altare. Il Signore è così meraviglioso che mi ha guarita fisicamente, moralmente e interiormente. Che il suo Nome sia benedetto e lodato per sempre! Gloria a Te, Signore, Re dell'Universo.

E. Preghiera in comune. Gesù ha promesso: Vi assicuro che, se due di voi si metteranno d'accordo su questa terra per chiedere qualcosa, qualsiasi cosa, la otterranno da mio Padre che è nei cieli. Perché là dove due o tre sono riuniti nel mio Nome, io sono là in mezzo a loro (Matteo 18, 19-20). Dio ha dato un potere speciale alla preghiera comunitaria. E ne abbiamo fatto largamente esperienza nel nostro ministero. È per questo che amiamo tanto pregare in comunità.

Là il discernimento si arricchisce, perché qualcuno può avere una visione, un altro un messaggio, quell'altro una parola di scienza e tutti preghiamo in lingue. Inutile dire che il momento comunitario per eccellenza è quello della celebrazione eucaristica. Là le guarigioni si moltiplicano. Purtroppo ci sono persone con cattive abitudini che, dopo una preghiera comunitaria, vogliono che si preghi in privato per loro. Generalmente ci rifiutiamo, perché ciò significherebbe che la preghiera che abbiamo appena fatto non ha avuto valore.

Riassumendo il mio ministero, posso dire che esiste un'enorme differenza tra una preghiera comunitaria e la preghiera personale per ogni malato. È certo che in questi ultimi dieci anni, in ciascuno dei ritiri che ho predicato, ci sono state guarigioni fisiche, mentre non vedo lo stesso risultato quando prego individualmente per la guarigione fisica. Al contrario, quando si tratta di guarigione interiore, vedo più risultato nella preghiera di guarigione fatta per una persona in particolare, quando è una comunità che dirige insieme la preghiera per quella persona.

Perché il Signore spesso dirige la preghiera della comunità dando all'uno o all'altro membro dell'équipe una parola di scienza o una conoscenza particolare del problema per il quale dobbiamo pregare. In conclusione, penso che poche persone abbiano il dono della guarigione, ma che molte comunità abbiano questo carisma. Da una campagna vicina vennero quindici persone a una delle due riunioni di preghiera di Pimentel. Venivano cantando, lodando Dio e recitando il rosario. Era un pellegrinaggio e la loro preghiera si prolungò per tutto il cammino.

Ritornando a casa, condivisero ciò che il Signore aveva fatto e si resero conto che tutte e quindici erano state guarite da qualcosa. Allora davano la loro testimonianza tutte insieme. Attendo con impazienza il giorno in cui si potrà affermare, come nel Vangelo: tutti sono stati guariti.

F. Preghiera del malato. Bisogna anche che il malato preghi. È troppo facile chiedere la preghiera degli altri senza stancarsi, come colui che farebbe lavare altrove la sua biancheria sporca senza occuparsene personalmente. Queste persone cercano un sollievo rapido e comodo, senza sforzo da parte loro. La guarigione profonda ha luogo solo nella misura in cui siamo in comunione permanente con il Dio che purifica e santifica. Quante meraviglie vediamo nelle persone che pregano!

Se credessimo nel potere della preghiera, saremmo più disposti a farla e le daremmo priorità su ogni altra attività. Molti dicono che si perde tempo a pregare perché non si fa nulla. Ma non si rendono conto che la cosa più importante non è ciò che facciamo, ma ciò che Dio fa in noi durante la preghiera. Una persona del nostro paese ci assillava sempre, in ogni tempo, in ogni luogo, perché pregassimo per lei. Quando la incontravo per strada, la evitavo, tanto insisteva. Un giorno arrivò qualcuno dagli Stati Uniti per predicare un ritiro.

Alla fine della conferenza, come al solito la signora si avvicinò a lui e gli chiese di pregare per lei. Allora quella persona si mise in presenza di Dio e sentì una voce interiore che gli diceva «Non pregare per lei, dille che preghi lei, perché non smette di stancare i miei servitori».

Questo caso è ben diverso da quello che accadde in Congo: durante la messa di chiusura di Brazzaville, il Signore fece molte meravigliose guarigioni. Mentre il sole si nascondeva, la gente usciva felice come se fosse discesa dal Monte Sinai dopo aver visto la gloria di Dio. Dopo che tutti ebbero abbandonato lo stadio lodando Dio, il custode chiuse le porte e spense le luci. Nelle tribune vuote era rimasta una donna con il suo bambino di sei anni, seduta tra le sue stampelle. Il custode le disse: Signora, andatevene, è tutto finito e sto per chiudere le porte.

No, non voglio andarmene, mio figlio non è ancora guarito. Continuerò a pregare. La scena era così commovente che il custode le permise di restare ancora un po'. Rimase in preghiera altre due ore. Alle 20:15 il bambino si alzò da solo e cominciò a camminare senza stampelle nella luce della luna, che con il suo pallore argentato rendeva la scena più bella e più tenera: — Era la perseveranza nella preghiera di cui ci parla il Vangelo (Luca 11, 5-8).

G. Intercessione di Maria. Nel ministero della guarigione non possiamo dimenticare il potere d'intercessione di Maria. Sappiamo che lei non guarisce nessuno, ma che può intercedere perché abbiamo il vino che manca nelle nostre vite, come a Cana. La testimonianza seguente fu raccontata personalmente da qualcuno che fa parte della nostra comunità: — «Un giorno andai dal ginecologo perché avevo qualche disturbo. Mi disse che bisognava operarmi e, siccome esitavo, mi disse: la tua malattia è progressiva.

So che hai una grande fede; ti darò quindi un anno per pregare il Signore e chiedergli di guarirti, come dici che fa. Se non guarisci, bisognerà operarti. Io accettai la sfida perché so che il Signore fa meraviglie. Alcuni giorni dopo, padre Émilien Tardif invitò mio marito e me a organizzare un ritiro a Chicago. Anche se mi sentivo molto male, non dissi nulla perché ero sicura che il potere di Dio mi avrebbe aiutata a proclamare la sua parola. A Chicago mi sentii male. Mio marito e padre Tardif pregarono per me, ma l'emorragia continuava.

Allora mi portarono da un celebre chirurgo della città, che confermò la necessità dell'operazione. Davanti all'impossibilità di farla, perché ero lontana da casa, ci prescrisse solo alcuni medicamenti che, grazie a Dio, non presi, perché, a dire del medico che vidi in seguito, mi avrebbero fatto male. Proseguimmo il nostro viaggio di evangelizzazione fino al Canada e il mio stato peggiorò.

Vidi quindi un secondo medico che non si spiegava come, essendo così debole, potessi essere così contenta; volle farmi ricoverare in ospedale, ma io avevo fede in Dio, mio Signore, e andammo alla sessione che cominciava quel giorno.

Alla fine del Congresso, l'emorragia era peggiorata. Allora andammo al santuario di Notre-Dame-du-Cap, e mentre mio marito e padre Tardif pregavano per me, dissi alla Vergine Maria: Madre santissima, ti amo e mi abbandono alle tue cure materne. Mi vergogno davanti a tuo figlio Gesù. Mi è mancata la fede per rendergli grazie, perché egli mi sta già guarendo. Tu chiedigli di farmi crescere nella fede nella mia guarigione. Abbandonai completamente i miei problemi nelle mani di Maria perché se ne occupasse lei davanti a Gesù.

Di ritorno a Santo Domingo, padre Tardif mi chiese se prendevo il medicamento prescritto dal medico canadese. Gli risposi che l'avevo dimenticato, ma ne rendevo grazie a Dio perché così la sua gloria si manifestava più chiaramente. Poiché mi sentivo meravigliosamente bene, rividi il mio ginecologo solo sei mesi dopo. Mi ricevette con un po' di aggressività dicendo: Se credi che guarirai predicando... predicare non guarisce, ti sbagli. Io ero in pace perché sapevo che il Signore aveva già fatto meraviglie nella mia vita.

Poi mi esaminò e mi disse con sorpresa: Yolanda, è vero, il Signore guarisce. Sei in perfette condizioni. Il Signore ha fatto l'operazione che stavo per farti. Come ti ama! Dottore, Egli ama anche te. Anche lui vuole fare un'operazione nel tuo cuore per guarirti, affinché tu diventi un uomo nuovo, e tu possa gridare e proclamare che Gesù è vivo e che guarisce per la gloria del Padre.

Anche, come la donna col flusso di sangue che toccò il mantello di Gesù e fu guarita, Yolanda si avvicinò alla veste di Gesù che si chiama Maria, la toccò e guarì. Gesù si è rivestito della carne di Maria. Ella è come il mantello che guarisce tutti coloro che lo toccano con fede (Marco 6, 56). È lei che ha il più grande carisma di guarigione. Soprattutto nella preghiera di liberazione, abbiamo constatato il potere della preghiera di Maria perché Gesù spezzi le catene che rendono schiavi gli oppressi dal peccato o da qualche oppressione o ossessione del Nemico.

In diversi casi abbiamo visto quanto il rosario sia stato efficace. Yolanda racconta un'altra testimonianza: — Un giorno portarono al nostro negozio un uomo che soffriva di un'oppressione; faceva rumori strani ed era diventato sordo-muto. Inoltre erano otto giorni che non mangiava più. Di fronte alla gravità del caso, risposi che mio marito non c'era e gli dissi di tornare. In questo modo sfuggii a una preghiera molto difficile, della quale non mi sentivo capace.

Tuttavia in quel momento sentii una voce interiore che mi chiedeva: «Yolanda, sei tu che guarisci o io?» Allora chiesi perdono al Signore e riconobbi che solo Lui guariva. Così cominciammo la preghiera. Quell'uomo si inginocchiò e, non appena posai le mani su di lui, cominciò a gridare e afferrò con forza le mie due mani. Io ero molto impressionata e non sapevo né come fare né come parlare. L'unica cosa che sgorgò dal mio cuore fu la preghiera dell'Ave Maria.

Non appena cominciai, l'uomo perse la sua forza e quando arrivai al «Tu sei benedetta fra tutte le donne» egli pregava con me. Alla fine era in pace e disse semplicemente «Datemi da mangiare». Che la Vergine Maria possa intercedere efficacemente davanti a suo Figlio con la forza dell'amore, l'abbiamo appreso e constatato più con l'esperienza che con la teologia.

H. Abbandono. Preghiamo ma non possiamo forzare la mano di Dio. Egli può avere un piano molto più bello del nostro (Efesini 3, 20). Lui può guarirci e darci la guarigione completa: l'incontro definitivo nella vita eterna, là dove non ci sono né lacrime, né lutto, né morte. È per questo che l'atteggiamento dell'abbandono fiducioso nelle mani del Padre è fondamentale. Questo abbandono è già in sé una grazia immensa. Chi si abbandona a Dio ritrova la pace profonda che il mondo non può dare. Raccomando molto la preghiera del padre Charles de Foucauld: «Padre, mi rimetto nelle tue mani.

Fai di me secondo la tua volontà, qualunque essa sia. Ti rendo grazie. Sono disposto a tutto. Accetto tutto purché la tua volontà si compia in me e in tutte le tue creature. Non desidero nient'altro, Padre. Ti affido la mia anima. Te la dono con tutto l'amore di cui sono capace, perché ti amo e ho bisogno di donarmi a Te, di rimettermi nelle tue mani senza limite, senza misura, con una fiducia infinita, perché tu sei mio Padre.» Questo abbandono, accompagnato dalla lode, ottiene guarigioni fisiche e interiori che non immaginiamo nemmeno.

La preghiera che mostra di più l'abbandono e la fede non è quella di richiesta ma di lode. Lodare il Signore sempre e ovunque. Ci sono migliaia di persone che danno la testimonianza nella loro vita di questo potere della lode. Ciò che non si ottiene chiedendolo, si può sempre ottenerlo lodando.

Numerose persone che hanno chiesto, pregato e supplicato per la loro guarigione la ottengono solo quando si abbandonano senza condizioni nelle mani del Padre misericordioso. Ecco una testimonianza: Soffrivo da quattro anni di un'ulcera, ma alla fine del mese di giugno 1981 dovetti andare d'urgenza in ospedale perché si era perforata e avevo una grave emorragia. Tre giorni dopo uscii dall'ospedale. Un gastroenterologo mi diede dei medicamenti, un regime con un orario fisso per i miei pasti.

Prendevo i miei medicamenti ma, siccome dovevo viaggiare spesso per predicare la Parola di Dio, non potei seguire il regime. A causa di ciò, un anno dopo, si ripresentò lo stesso problema. Entrai in ospedale e mi fecero un'endoscopia il 26 maggio 1981. Si scoprirono quattro ulcere pre-piloriche e un'ulcera duodenale, una gastrite e un'ernia iatale. Il medico mi disse che avevo bisogno di un'operazione e che dovevo riservare una settimana per l'intervento chirurgico, perché preferiva farlo con calma piuttosto che d'urgenza. Uscii dall'ospedale, ma a mezzanotte l'emorragia ritornò.

Allora ero preoccupato, temendo di dover tornare in ospedale per l'operazione. Tuttavia il mio problema era più profondo: era quello della fede. Ero un po' triste e quasi un po' deluso dal Signore. Confesso che mi sentivo un po' abbandonato da Lui. Invece di pregare, cominciai a reclamare dicendo: Signore, davvero non ti capisco. Sai che a causa dei miei viaggi nelle diverse città e nei diversi paesi, per predicare la tua Parola, non posso seguire il regime adeguato. Sai che nei ritiri e nelle sessioni non si ha sempre il tempo di mangiare alla stessa ora.

Tu sai che non posso fare tutto ciò che il medico chiede e Tu, che puoi guarirmi perché io continui a predicare la tua Parola, guarda come mi tratti.

Allora sentii chiaramente la voce del Signore che mi diceva: Perché temi la notte che ti conduce al nuovo giorno? Questa parola fu spirito e vita per me. Credetti nel Signore e mi consegnai senza condizioni al piano che egli ha sulla mia vita fino alla mia morte. Mi importava poco essere guarito; contava solo la sua volontà su di me. Venga quel che venga, io ero nelle sue mani e dipendevo da lui. Gli firmai un assegno in bianco perché facesse di me ciò che voleva. Il suo cammino era infinitamente migliore del mio.

Era notte, ma sapevo con la certezza della fede che il mattino che annunzia la nuova creazione mi attendeva. Allora mi risdrai e mi addormentai in una pace completa. In quel momento seppi di aver fatto qualcosa della mia vita. Alcune settimane dopo mi sentivo così bene che abbandonai il medicamento e non mi preoccupai più del regime. Sei mesi dopo andai a predicare un ritiro a Houston. Mi ricordai che il Signore mi chiedeva l'atto di fede di viaggiare senza un centesimo, nella sua totale dipendenza.

Io resistetti, perché volevo approfittare dell'occasione per farmi fare un esame approfondito allo stomaco. Tuttavia il Signore fu più forte di me e mi abbandonai profondamente alle sue promesse. Nel modo più incredibile provvide a tutte le spese del mio soggiorno e delle mie analisi al centro di Gastroenterologia. Infine il medico mi disse ciò che sapevo: Non avete bisogno di un'operazione. Le ulcere sono cicatrizzate. Tornai felice a Città del Messico constatando ancora una volta che a colui che si abbandona al Padre d'Amore non manca nulla. Sono passati due anni. Mi sento perfettamente bene.

Non ho bisogno di alcun medicamento e nessun alimento mi fa male.

I. Pregare in lingue. La preghiera in lingue è meravigliosa. Poiché non sappiamo pregare come si deve, lo Spirito Santo viene in aiuto alla nostra debolezza per intercedere per noi con gemiti ineffabili (Romani 8, 26). Non è né il tempo né il luogo di voler giustificare il dono delle lingue. È una realtà nella Chiesa di oggi. Voglio semplicemente condividere la mia esperienza: ho visto molte più guarigioni pregando in lingue che pregando normalmente. Un giorno fui invitato a una trasmissione televisiva a Bogotà, in Colombia, chiedendomi di pregare per i malati.

Stranamente la trasmissione durava solo un minuto; per questo si chiamava il «minuto di Dio». Mi sembrava troppo poco e reclamai dicendo: Mettete 3 minuti di pubblicità per le birre e date solo un minuto al Signore... Cominciai la trasmissione così pressato dal tempo che pregai molto in fretta. Terminando, aprii gli occhi e guardai l'orologio: mi restavano ancora trenta secondi. Il mio problema era allora sapere cosa fare di questo tempo «enorme». Pregai in lingue davanti alle telecamere.

Secondo padre Diego Jaramillo, grande predicatore carismatico, numerose persone furono guarite in quell'occasione. La preghiera in lingue facilita le parole di scienza e il discernimento carismatico. È quando siamo più disponibili che il Signore si serve di noi, perché gli siamo completamente consegnati.

Nella seconda incontro carismatico di Montréal mi fu chiesto di pregare per i malati. C'erano 55 000 persone all'Eucaristia, che era trasmessa in televisione. Pregai molto in lingue e mi arrivavano parole di scienza che trasmettevo tali e quali. Una di esse diceva: C'è una buona mamma che è seduta davanti al suo televisore, in casa sua. Ha gli occhi malati e non vede nulla. In questo momento il Signore comincia a guarire i suoi occhi. Alla fine della messa, un sacerdote che aveva fiducia in me si avvicinò e mi disse: Non sei pazzo?

Come puoi annunziare davanti a 55 000 persone che una persona cieca è davanti al suo televisore? La sua obiezione era così logica che non potei rispondergli. Ma il giorno dopo andai a trovare la mia famiglia a 200 chilometri da Montréal. Quando arrivai, qualcuno mi disse: Padre, vicino a qui vive la signora i cui occhi sono stati guariti davanti alla televisione.

Io, così contento, andai a farle visita. Si chiamava signora Joseph Edmond Poulin e aveva davvero 74 anni. Era caduta malata alla retina. Dopo un trattamento specializzato, i medici affermarono che la sua malattia era progressiva e incurabile. Un'amica le suggerì di mettersi davanti al suo televisore durante la Messa di guarigione del Congresso di Montréal. Quando dissi la parola di scienza, ella sentì un grande calore negli occhi. Le chiesi se poteva leggere. Rispose di no. Allora aggiunsi: Il Signore non fa le cose a metà. Pregheremo perché possiate leggere la Parola di Dio. Tre giorni dopo mi telefonò per dirmi una buona notizia: leggeva la Bibbia. Il dono delle lingue mi aveva preparato a comunicare da parte del Signore ciò che stava facendo.

J. Rinunzia a Satana. Quando si dipende dal potere delle tenebre, si blocca l'azione salvifica di Dio. È per questo che bisogna rinunziare esplicitamente a ogni occultismo o esoterismo, magia, oroscopo e a ogni altro tipo di divinazione e superstizione. Non si può servire due padroni né appartenere a entrambi. O si è con il Cristo o contro di Lui. Con Lui si accumula; contro di Lui si spreca. È questo il punto che considero essenziale, perché con il potere delle tenebre si possono ottenere anche delle guarigioni. Per evitare la confusione è assolutamente necessario rinunziare a ogni contatto con le scienze occulte, gli amuleti, lo spiritismo e i sortilegi, e a tutto ciò che usurpa il ruolo di Dio.

VIII CINQUE LETTERE

In quest'ultimo capitolo, voglio citare alcuni paragrafi delle mie ultime lettere circolari alla mia famiglia e ai miei amici. Queste pagine daranno un'idea generale della nostra evangelizzazione in questi ultimi anni. Sánchez, 30 dicembre 1980. Cari genitori e amici, voglio raccontarvi alcuni episodi del mio viaggio in Africa, in Camerun e in Senegal. Sono partito da Santo Domingo il 4 dicembre. Dopo 18 ore di volo, arrivai molto stanco in Camerun, alle sette di sera. L'unica cosa che desideravo era riposarmi in un letto, ma una «piacevole sorpresa» mi aspettava all'aeroporto.

Mentre presentavo il mio passaporto, mi dissero che mancava il visto. Risposi loro che a Santo Domingo mi avevano assicurato che un canadese non ne aveva bisogno per entrare in Camerun. Insistetti, ma i miei argomenti non contavano perché il cambiamento di legge era recente. Mi risposero semplicemente: Non potete uscire oggi dall'aeroporto. Ci passerete la notte e domani dovrete entrare in Svizzera per ottenere il vostro visto, e allora potrete tornare. Ma la Svizzera era a sette ore di aereo. Una coppia francese si trovava nella stessa situazione.

Essi erano tranquilli e sicuri di entrare nel paese, perché dicevano di aver messo il loro problema nelle mani dell'ambasciata francese. Io pregai il Signore e gli dissi: Non ho nessuno da contattare se non te. Se sei tu che hai progettato questi ritiri in Camerun, mi aprirai le porte. Ma se questo non viene da Te, non ho più bisogno di entrare qui. Depongo tutto nelle tue mani. Pregai un momento in lingue. E misero accanto a me un poliziotto grande e forte, come se potessi fuggire da qualche parte.

Pensai: se non posso evangelizzare il Camerun, almeno evangelizzerò questo poliziotto musulmano. E cominciai a parlare di Gesù e delle sue meraviglie. Dopo mezzanotte il poliziotto aveva più sonno di me. Su questo arrivò un messaggio telefonico con l'ordine di lasciarmi entrare nel paese. Un Fratello delle Scuole Cristiane si era adoperato in tutti i modi per ottenermi un visto di quindici giorni. Andai a riposarmi nel mio letto. Il giorno dopo tornai all'aeroporto per prendere un altro aereo. I francesi erano ancora lì, con il viso triste e molto stanchi, perché non avevano dormito.

Non potevano entrare nel paese e dovevano tornare a Parigi. Allora ne approfittai per dire loro: Io non ho messo la mia questione nelle mani degli uomini ma in quelle di Dio, e ho potuto entrare. Il nostro Dio è più potente dell'ambasciata francese. Questa prima esperienza di evangelizzazione in Africa è stata molto bella. Credevo di essere nella Repubblica Dominicana. I volti della gente erano semplici e gioiosi, le persone simpatiche e aperte. Era lo stesso clima, lo stesso paesaggio e lo stesso Dio che agiva con le sue meraviglie.

Il sabato sera celebrammo la Messa per i malati e Dio cominciò a ripetere i segni e i miracoli di Pimentel del 1975. Vedemmo molte guarigioni sorprendenti. Tra le altre, quella di una bambina di cinque anni che non camminava e che, grazie a Dio, poté farlo da quel momento. Il giorno dopo, alla messa in cattedrale, invitai la madre di quella bambina a dare la sua testimonianza davanti alla grande assemblea. Poi chiedemmo di far camminare la bambina davanti a tutti, di fronte all'altare. La piccola lo fece a vista di tutti, che piangevano e lodavano il nostro Dio.

Ci fu un tuono di applausi in cattedrale. Gesù era vivo in Africa. Durante il ritiro, la più grande benedizione che vidi fu quella di un missionario che aveva deciso di abbandonare il suo ministero per sposarsi. Alcuni amici lo invitarono al ritiro prima che prendesse la sua decisione finale. Accettò e il Signore lo ripescò. Aprì di nuovo il suo cuore al Signore e riaffermò la sua volontà di seguirlo nel suo ministero sacerdotale. Il ritiro si concluse con una messa all'aperto con più di tremila persone.

C'erano trentotto sacerdoti che concelebravano l'Eucaristia, e il Signore accompagnò di nuovo la proclamazione della Parola con segni e prodigi. Attraverso una parola di scienza, il Signore ci disse: «C'è qui un giovane di sedici anni, sordo all'orecchio sinistro, che il Signore guarisce». Alla fine della messa, un giovane si avvicinò all'altare dicendo che era sordo e che aveva sedici anni. Il Signore lo aveva appena guarito. Tutti lodavano il Signore. Il giorno dopo i prodigi continuarono in una chiesa di Yaoundé.

Un'impiegata di banca, miope da tredici anni, fu guarita dal Signore. Il giorno dopo raccontava a tutti i suoi colleghi di lavoro il miracolo del Signore. Poiché la conoscevano con i suoi grossi occhiali e non li usava più, andarono tutti alla Messa quel giorno. C'erano più di 3 000 persone. Allora dovemmo mettere l'altare fuori, perché la gente non stava nella chiesa. Durante la celebrazione della Cena del Signore, una bambina fu guarita dal suo braccio sinistro paralizzato. Un poliziotto cadde nel riposo nello Spirito e fu guarito alla colonna.

La madre superiora di una comunità africana fece anch'essa l'esperienza del riposo dello Spirito e fu guarita da un'ulcera. Le guarigioni furono così numerose che sarebbe impossibile elencarle tutte. In pochi giorni avevamo rivisto tutti i segni che identificano Gesù come Messia: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i sordi sentono e i poveri sono evangelizzati. Poi partii per il Senegal, dove decine di guarigioni vennero a ricordare a questo popolo che Gesù è vivo.

Un Missionario del Sacro Cuore, vedendo una meraviglia così grande e la risposta così entusiasta della gente, ci diceva: «Ecco ciò di cui avevamo precisamente bisogno qui. Sapevo che il Signore sarebbe venuto così tra noi, perché quando i musulmani vedono che Gesù fa miracoli, credono che sia vivo e che sia più che un semplice profeta. È ciò di cui avevamo bisogno qui.» E non smetteva di ripetere questo, a proposito delle guarigioni che avevano fatto germogliare e crescere la fede della gente. Ma in quale paese del mondo questi miracoli non sono necessari? Non ne vedo uno solo nel mondo.

Il prefetto di Sangmelima, che era protestante, venne personalmente a salutarmi e a ringraziare per la guarigione di sua moglie, malata al fegato, e di sua sorella, che aveva una cattiva circolazione. Era molto commosso e aveva un piccolo regalo in ricordo del mio passaggio a Sangmelima: era un'autentica zanna di elefante. Questa zanna d'elefante non stava nella mia valigia. Allora la avvolsi a parte e continuai il mio viaggio. Tuttavia dovetti pagare un supplemento per i miei bagagli a causa di questa zanna, che pesava molto. Manco poco che la dimenticassi uscendo dall'aereo.

In una mano portavo la mia piccola valigia e nell'altra il «piccolo regalo», che cominciava a essere molto imbarazzante e costoso. Arrivando alla mia nuova destinazione, una persona esperta in materia ammirò un pezzo così fine e mi disse: Padre, questa zanna è di gran valore. Spero che non avrete problemi all'aeroporto, perché sono molto severi con il traffico d'avorio. Allora la mia vita cambiò: dovetti comprare una valigia speciale che custodivo con più cura della mia.

Avevo sempre più problemi negli aeroporti; dovevo pagare una tassa bagagli in partenza e in arrivo, e mi toccava pregare così: Signore, io sono testimone che tu apri gli occhi dei ciechi. Ora chiudi quelli di questi signori perché non vedano la zanna. Tu sai che è un «piccolo regalo». Quando alloggiavo in una casa, dovevo custodire e nascondere quella «maledetta» zanna, spesso sotto il mio letto. Rientrando dalle mie prediche, la prima cosa che facevo era chinarmi a cercare la mia zanna d'elefante.

Talvolta la contemplavo per alcuni secondi, la accarezzavo e la riponevo preziosamente. Un giorno ero in preghiera quando, a un tratto, cominciai a pensare alla preziosa zanna e ai fastidi e alle angosce che mi aveva portato da quando viaggiavo con lei. Allora esclamai ad alta voce: Signore, come avevi ragione a dire «Beati i poveri», perché quando non avevo la zanna d'elefante non avevo problemi. Mi alzai e feci dono di quella zanna d'elefante al superiore presso cui alloggiavo, e la pace tornò immediatamente nel mio cuore.

I fastidi sparirono, così come le tasse di sovrapprezzo e persino le distrazioni durante la preghiera. Grazie a questo, ho imparato che le zanne d'elefante si chiamano potere, denaro, gloria, cose materiali, e che sono sempre fonte di schiavitù. Il peggio è che ci prostriamo davanti a esse e che esse ci allontanano dal vero Dio. Come sono scomode queste zanne. Quante tasse di sovrapprezzo paghiamo a causa loro! Come sono pesanti, soprattutto quando, oltre alle zanne, portiamo l'elefante intero.

Noi che mettiamo la nostra fiducia nel Signore non abbiamo bisogno di beni materiali: ecco ciò che il Signore mi aveva mostrato, Lui il Padrone di tutte le cose. Il mio biglietto per il Camerun e il Senegal costò $1 780. Poiché era molto caro per quei paesi poveri, li pregai di non darmi nulla per il mio lavoro. Non pagarono che il mio biglietto, tutti insieme, cioè $1 800. Un sacerdote che lo seppe mi disse: Non è giusto: hai lavorato intensamente e ti danno solo 20 dollari. Fa meno di un dollaro al giorno. Non preoccuparti, gli dissi, il Signore ce lo rende al centuplo.

Rientrando nella mia parrocchia, una montagna di lettere mi aspettava. Una di esse diceva: «Abbiamo pensato di inviarti un piccolo regalo per l'evangelizzazione». La parola piccolo regalo mi ricordava la zanna d'elefante e lasciai cadere la lettera spaventato. Era un bel assegno di $2 000,00. Esattamente il centuplo. Ne ebbi i brividi. Non sapevo che Gesù calcolasse così bene. È vero che è un buon ebreo, e se ne intende di finanze.

La Romana, 10 dicembre 1981. Cari genitori e amici: domenica scorsa, festa del Cristo Re, abbiamo celebrato a Santo Domingo il nostro secondo congresso carismatico nazionale. 42 000 persone rappresentavano 1500 gruppi di preghiera della Repubblica Dominicana; riempirono lo stadio olimpico della capitale il 22 novembre in una grande manifestazione di fede in onore del Cristo Re. Il tema del congresso era «Gesù Cristo, Re dell'universo». Fu straordinario.

Dalle 9 del mattino alle 6 di sera, sotto un cielo azzurro, in un'atmosfera di festa, abbiamo cantato, abbiamo pregato e abbiamo ascoltato le conferenze gustando l'amore di Dio nostro Padre. Alle undici del mattino toccò a me parlare di «Gesù è vivo» e, subito, con tutta la mia équipe, feci una preghiera di guarigione per tutti i malati che erano venuti in gran numero da tutto il paese. Il Signore ci benedisse in modo particolare. Alle 14:30, all'ora delle testimonianze, ce ne furono molte.

Tra le altre, quella di un uomo che era venuto al Congresso con molte difficoltà e che vi ricevette una guarigione completa. A causa di un problema che aveva sofferto al cuore, era paralizzato al lato sinistro e non poteva camminare senza stampelle. Alle 14:30 salì alla tribuna da solo, camminando senza le sue stampelle e, con i singhiozzi nella voce, ringraziava il Signore che lo aveva appena guarito. Il giorno del nostro congresso carismatico nazionale, il nostro nuovo arcivescovo, Monsignor Nicolás de Jesús López, ci diede una superba conferenza sul Rinnovamento Carismatico nel mondo di oggi.

I pochi sacerdoti che lottavano ancora ferocemente contro il Rinnovamento nell'arcidiocesi sembrarono imbarazzati dalla posizione così ferma e così schietta del nostro nuovo arcivescovo. Gloria al Signore! Ho ora la grande gioia di annunziarvi che non sono più il parroco di Sánchez. È una gioia, perché non riuscivo a essere parroco e a predicare ritiri in tutto il mondo. Sono stato liberato dal mio compito nell'aprile scorso e ora sono predicatore a tempo pieno e residente della nostra parrocchia della Romana, il cui parroco è padre André Dumas. Padre André era solo per 30 000 abitanti.

Di ritorno dai miei viaggi lo aiuto un po', e questo mi fa bene, perché bisogna mescolare il lavoro parrocchiale e i ritiri. Quest'anno sono stato testimone del Cristo risorto nei cinque continenti. Omettendo mille cose importanti, voglio parlarvi di ciò che segue: dopo le conferenze ecumeniche in Svizzera, andai a Lisieux, Marsiglia e Paray-le-Monial. Poi tornai nella Repubblica Dominicana per recarmi a un ritiro sacerdotale a La Ceja, in Colombia, e infine al ritiro di Monterrey, in Messico, dove mi accadde un curioso incidente.

Il mio passaporto non era più valido; lo inviai all'ambasciata canadese di Caracas, in Venezuela, per rinnovarlo. Il giorno della mia partenza per il Messico si avvicinava e il mio passaporto non tornava. La vigilia telefonai a Caracas, dove mi risposero che me l'avevano inviato. Non potevamo fare altro che attendere con pazienza che mi ritornasse. Nel pomeriggio mi telefonarono da Monterrey, in Messico, chiedendomi il numero e l'ora del mio volo. Risposi loro che la mia équipe vi si sarebbe recata senza di me, perché non avevo il mio passaporto.

Tutti erano costernati, perché tutto era pronto per accogliere 14 000 persone. Mi promisero di passare la notte in preghiera affidando questo al Signore. Il giorno dopo uscii dalla Repubblica Dominicana senza passaporto. Parlai al capo dell'emigrazione affermandogli che un canadese poteva entrare negli Stati Uniti con una patente di guida (l'aereo faceva scalo a Miami prima di arrivare a Città del Messico). Mi rispose: Se la compagnia Eastern prende il rischio di imbarcarvi, io vi lascio partire. Parlai all'impiegato della Eastern e mi disse: Se l'emigrazione prende il rischio, vi imbarchiamo.

Io allora pregai dicendo: Signore, sei quindi tu che prendi tutti i rischi... e presi l'aereo per Miami. Arrivando, tutti mostravano il loro passaporto, il visto e la carta d'immigrazione. Io diedi soltanto la mia patente di guida. Il poliziotto di controllo mi chiese: «Che cos'è questo?» «La mia patente, è tutto ciò che ho. Un canadese può entrare negli Stati Uniti con questo». Mi prese in pietà e mi lasciò passare.

Prendendo il volo di coincidenza per Città del Messico, l'ufficiale dell'emigrazione, lui, conosceva le leggi e mi disse molto in collera: Non potete andare in Messico né altrove con questo; non potete nemmeno restare a Miami. Non serve a nulla. Chiunque può ottenere la sua patente in Canada, e questo non significa che sia canadese. Si entra negli Stati Uniti con una carta d'identità e non con una patente. Non vi lasceranno mai entrare in Messico. Vi rimanderanno indietro. Mi ero sbagliato: avevo confuso patente di guida e carta d'identità.

Grazie a Dio potei partire, ma arrivando in Messico si presentava allora un altro problema, non meno grave. Allora pregai: «Signore, chiudi gli occhi di quest'uomo perché non veda ciò che mi manca». Il poliziotto di controllo stava prendendo il caffè; distratto, parlava con il suo collega... Non guardò il foglio che gli consegnai. Appose il timbro e io entrai nel paese. Il Signore che aveva chiuso gli occhi dell'impiegato dell'emigrazione, durante il ritiro aprì quelli di una signora cieca da 5 anni. Gesù è il maestro dell'impossibile.

Dopo il ritiro di Monterrey celebrammo una Messa per i malati in un santuario all'aperto; l'altare era in mezzo a 6 000 persone inzuppate da una pioggia continua. Dopo la comunione, il Signore guarì un uomo che aveva perso l'uso della parola da alcuni anni in seguito a una congestione cerebrale. Il Signore sciolse la sua lingua ed egli gridò: «Gloria a Dio, Gloria a Dio». Ci fu grande stupore tra coloro che lo conoscevano e lo portarono al microfono per farlo testimoniare. Allora due zoppi si alzarono e cominciarono a camminare.

Uno di essi venne a dare la sua testimonianza al microfono mentre il parroco piangeva. Numerosi sacerdoti che concelebravano con noi si lasciavano commuovere e piangevano. Io ridevo e gridavo: «Gesù è vivo, lo vedete». Ecco il riassunto di alcune delle mie attività dell'anno. Mi direte che vi parlo solo di ritiri. Ma è lì che sta il mio cuore, lì sta la mia vocazione: predicare ovunque l'amore e la misericordia del Cuore di Gesù.

La Romana, 10 dicembre 1982. Cari genitori e amici, spero che stiate tutti bene, pieni della gioia del Signore. Io non ho mai avuto una salute così buona e sono felice di metterla al servizio dell'Evangelizzazione, perché è la salute che il Signore mi ha restituito 10 anni fa. Ho persino pensato di scrivere un piccolo libro di testimonianze in cui racconterei ciò che ho visto durante 10 anni di apostolato nel Rinnovamento. Non so se avrò il tempo di farlo, ma l'idea mi torna molto spesso. Proverò a scriverlo, e potrebbe avere per titolo: «Gesù ha fatto di me un testimone».

Alla fine di novembre sono tornato dalla Polinesia francese. Questo ultimo viaggio è stato uno dei più belli della mia vita. Non avevo mai visto un popolo così simpatico e così accogliente verso la Parola di Dio. Là ho vissuto un tempo di Evangelizzazione pieno di gioia e di benedizioni di ogni genere. Per darvi una piccola idea dell'accoglienza della gente, vi dirò soltanto che quando arrivai all'aeroporto di Tahiti alle 2 del mattino, dopo 16 ore di volo da Santo Domingo (ci sono due volte più chilometri che tra Santo Domingo e Parigi), con mia grande sorpresa c'erano almeno 200 carismatici all'aeroporto a quell'ora!

Erano venuti per ricevermi con collane di fiori, baci e canti. Cantavano «Alabaré» con tutto il cuore. Mi misero così tante collane di fiori che mi tappavano gli occhi. Mi sarebbe servito un collo da giraffa. Due giorni dopo cominciavamo il primo congresso per i leader del Rinnovamento, venuti da diverse isole della Polinesia francese. Nel primo ritiro in francese erano 220. Per quelli che venivano dalle isole più lontane era necessario un viaggio di 3 giorni di barca per 5 giorni di ritiro!

È lì che potei constatare il loro grande spirito di sacrificio. Non c'è da stupirsi che siamo stati benedetti in abbondanza. Vissi in un certo modo avvenimenti simili a quelli di Pimentel nel 1975. I primi missionari arrivati in Polinesia francese, a Tahiti, avevano cominciato il loro lavoro nel 1834. Quest'anno, in occasione del 150° anniversario della missione, si preparano ritiri di evangelizzazione in tutta la diocesi. I nostri ritiri carismatici fanno parte di questo programma d'insieme. La generosità di questa gente si manifesta in mille modi.

Non avevo mai ricevuto tanti regali! 18 camicie, due paia di scarpe, un completo blu molto elegante, ecc. Quando volli partire, tutto ciò non stava nella mia valigia. Allora la comunità dei cattolici cinesi mi offrì una bella e grande valigia, la più bella che abbia mai avuto, per metterci i miei regali. Avevo un sovrappeso di 50 libbre e sull'aereo non mi fecero pagare un centesimo di tassa. Non dimenticherò facilmente questo popolo di Tahiti né quello delle isole dove passai quasi un mese a evangelizzare tra cuori così aperti alla Parola di Dio.

Dopo aver predicato in due isole diverse e visitato diverse comunità di religiose, di lebbrosi con i quali dissi la Messa, dopo un incontro con fratelli missionari, nell'ultima settimana feci una conferenza per sera e celebrai la Messa pregando per i malati. C'erano ogni sera circa 3000-5000 persone. Al posto dell'omelia c'erano testimonianze di persone che erano state guarite nei giorni precedenti. La testimonianza che mi impressionò di più fu quella di un uomo completamente cieco da un occhio, che vedeva pochissimo dell'altro e sarebbe stato operato a breve.

Durante la Messa dei malati, nel momento preciso dell'elevazione dell'ostia, egli vide una grande luce nella chiesa e i suoi occhi si aprirono. Era guarito! Se, al mio arrivo, mi avevano coperto di fiori, alla mia partenza mi coprirono di collane di conchiglie. Quando camminavo con tutto ciò nell'aereo, facevo così tanto rumore che la gente rideva. Ho condiviso questi regali con la gente della mia parrocchia, ed è buffo vedere nelle Antille persone con collane e camicie della Polinesia.

La Romana, 25 ottobre 1983. Cari genitori e amici, sono appena tornato dalla Jugoslavia e ho un grande desiderio di salutarvi, sperando che siate in pace e nella gioia del Signore. Credo di non avere il diritto di tacere dopo aver visto ciò che ho visto durante questo lungo viaggio di Evangelizzazione, cominciato il 18 agosto e concluso il 15 ottobre, giorno di santa Teresa d'Avila. Il 18 agosto partii per la Francia per partecipare all'incontro delle comunità carismatiche francesi ad Ars, dove 4000 persone erano riunite per una settimana di preghiera, di riflessione e di studio nella gioia del Signore.

Fu un bell'incontro, molto bello e pieno di benedizioni di ogni sorta. Di lì partii per la Jugoslavia. I miei compagni di viaggio erano l'abbé Pierre Rancourt del Québec e il dottor Philippe Madre, diacono, che è il pastore della comunità carismatica del Leone di Giuda, in Francia. Secondo testimonianze e frutti che offrono tutti tratti di autenticità, la Vergine appare a Medjugorje, in Jugoslavia, lasciando un messaggio di pace, di preghiera e di penitenza.

È certo che la parrocchia del padre Tomislav Vlasik è diventata un centro di fede e di pellegrinaggio dove avvengono molte conversioni. Siamo arrivati a Medjugorje prima della Messa delle 7 di sera, martedì. Padre Tomislav ci invitò a concelebrarla con lui. Più di 3000 persone erano riunite per l'Eucaristia. Dodici sacerdoti seduti su sedie, fuori, confessavano lunghe file di penitenti. Era una notte ordinaria. Si dice che il sabato e la domenica ci siano tra 7000 e 8000 persone da 2 anni.

Alla fine della Messa, padre Tomislav mi disse: Anche se il ritiro non comincia oggi, qui ci sono molti pellegrini malati; vorresti guidare una preghiera per loro dopo la Messa? Accettai con gioia e un sacerdote traduceva la mia preghiera in croato. Già da questa prima notte, il Signore cominciò a guarire i malati, che diedero la loro testimonianza alla fine della Messa. Il giorno dopo c'erano almeno 8000 persone. La notizia delle guarigioni si era diffusa rapidamente. Questo cominciava a incuriosire le guardie della Sicurezza Nazionale.

Pregammo e il Signore ne guarì parecchi, che davano già la loro testimonianza. La notte del giovedì c'erano già 14 000 persone, mentre noi eravamo... in prigione. Ecco ciò che accadde: la mattina avevamo dato un insegnamento al gruppo dei giovani, pregando per il battesimo nello Spirito, prima di andare a mangiare. Tutti furono benedetti dal Signore. Alcuni ricevettero il dono delle lingue e c'era molta pace e gioia nell'assemblea. E tornammo al presbiterio per il pasto.

Alla fine del pasto arrivarono 3 agenti della Sicurezza Nazionale, dandoci l'ordine di seguirli con i nostri passaporti per un interrogatorio. Eravamo arrestati. Fummo condotti a Čitluk, a 7 km di là, davanti a un tribunale che ci accusava di aver turbato la pace della Jugoslavia e di aver predicato senza l'autorizzazione del governo.

Ci chiusero tutti e tre in un piccolo salotto. Ero allora fiero di non essermi recato da solo in Jugoslavia. La prigione era più facile da sopportare in tre. Verso le cinque, siccome faceva molto caldo, chiedemmo un bicchiere d'acqua; ci risposero che non c'erano bicchieri. Il giorno prima avevamo digiunato a pane e acqua per la pace del mondo, come fanno le religiose, i sacerdoti e il gruppo di preghiera tutti i mercoledì. Non vedevo l'ora che arrivasse il giovedì, ed esso arrivò, ma con la prigione senza pane né acqua.

Verso le 18:15, ora del rosario in chiesa, ci unimmo ai nostri fratelli recitando il rosario in prigione e terminammo con la «Salve Regina». Un poliziotto entrò, furioso, dandoci l'ordine di tacere. Non sapevo che i prigionieri non hanno il diritto di cantare. Credo che la nostra pace e la nostra gioia li impressionassero. Sul muro c'era una grande foto del maresciallo Tito. Allora dissi a Pierre Rancourt: «Fammi una foto, perché voglio avere un ricordo della mia prigione in Jugoslavia». Io sorridevo e indicavo Tito col dito dicendo: «È lui il colpevole».

Quando il flash funzionò, dei poliziotti accorsero e si adirarono. Mi chiesero l'apparecchio. Io tremavo come un bambino monello. Aprii l'obiettivo perché la pellicola si rovinasse, e mi salvai così da una situazione compromettente. Dopo aver perquisito le nostre valigie, ci diedero 24 ore per lasciare il paese, altrimenti saremmo tornati in prigione. Il mattino dopo, dopo aver salutato sacerdoti e religiose che erano stati molto gentili con noi, e addolorati di vederci espulsi in quel modo, partimmo in taxi per Zara, a 350 km di là.

Due americane pellegrine ci diedero 150 dollari per aiutarci a pagare il taxi. A Zara, città turistica sul mare Adriatico, ci imbarcammo alle 21 per arrivare a Rimini, in Italia, alle 6 del mattino. Lì prendemmo il treno per Milano. La sera, l'aereo ci portò a Parigi, dove arrivammo per la cena. Ci erano serviti 2 giorni per rientrare dalla Jugoslavia, perché non c'era modo di prendere un aereo quel giorno. Il Vangelo ha ragione quando ci promette il centuplo e delle persecuzioni nel Nome di Gesù.

In una prossima lettera vi racconterò le mie avventure in Congo, dove andavamo a celebrare il centenario dell'Evangelizzazione. Siate tutti benedetti.

La Romana, 15 novembre 1983. Cari genitori e amici, ecco il racconto del mio viaggio in Africa e alcuni dei prodigi che i miei occhi vi hanno visti. La notte del 19 settembre partii da Parigi per l'Africa. Dovevo predicare 15 giorni in Congo e poi 5 giorni nello Zaire (ex Congo belga). La mattina del 20 settembre arrivai a Kinshasa, capitale dello Zaire. Ricevuto molto bene dai padri gesuiti, in particolare da padre Guy Verhaegen s.j., assessore della comunità carismatica di Kinshasa. Egli mi aveva invitato a venire a tenere un ritiro ai leader del Rinnovamento.

Mi riposai un po' del viaggio di 8 ore di volo e andai all'ambasciata del Congo per sollecitare il mio visto. Il giorno dopo, col visto in mano, andai in barca da Kinshasa a Brazzaville, capitale del Congo, viaggio di 10 minuti appena. Arrivato in Congo, andai immediatamente a Linzolo, luogo di pellegrinaggio alla Vergine, a 20 km da Brazzaville. Si stava per fare il primo ritiro. Una folla di 3500 persone attendeva all'aperto questo ritiro di 4 giorni. Dopo aver salutato padre Ernesto Kombo S.J., che lo aveva organizzato, cominciammo sul tema: «La fede nella Parola di Dio».

Che spettacolo quello di migliaia di persone sedute per terra, su tovaglie o su piccoli sedili, così attente alla Parola di Dio. Era una grande missione popolare in questo centenario dell'Evangelizzazione e, nello stesso tempo, il decimo anniversario del Rinnovamento in Congo. Facevo due conferenze la mattina, una nel pomeriggio, e poi celebravo l'Eucaristia con un'omelia e una preghiera per i malati. La sera facevamo una grande riunione di preghiera carismatica con tutte le manifestazioni dello Spirito che il Signore voleva darci.

Una sera facemmo l'adorazione del Santissimo Sacramento esposto sull'altare all'aperto, vicino alla grotta. Dalle 9 di sera a mezzanotte, preghiera spontanea, canti e prediche. In Congo ho trovato una fede intensa e profonda, una fede come l'ho incontrata raramente nei miei viaggi di Evangelizzazione attraverso il mondo. Immaginate la fede di cui ha bisogno questa gente per restare quattro giorni in ritiro, in piena settimana e senza hotel per alloggiare. Ciascuno si organizza come può, dormendo all'aperto, stendendosi su tovaglie e mangiando ciò che portava nel suo fagotto.

Dio, che non si lascia vincere in generosità, fece brillare la sua gloria in quell'occasione. Il governo del Congo è nelle mani dei marxisti da 8 anni. Dopo l'indipendenza del paese, una democrazia tentò di installarsi, ma rapidamente il governo cadde e il comunismo prese il potere. Nel 1977, il presidente Ngouabi, comunista, fu assassinato e sostituito da un altro comunista. Quattro giorni dopo, dei poliziotti si presentarono alla residenza del cardinale Émile Biayenda di Brazzaville, ordinandogli di seguirli per un colloquio con l'autorità.

Mai più il popolo poté rivedere il suo Cardinale, pastore d'anime che aveva qualità straordinarie, a detta di tutto il clero. Due anni fa, papa Giovanni Paolo II ha visitato il Congo e a Brazzaville ha celebrato l'Eucaristia all'aperto nella gioia delirante del popolo. Si dice che da allora il governo, diretto dal colonnello Denis Sassou, sembri aver migliorato le sue relazioni con la Chiesa, soprattutto in questo centenario dell'Evangelizzazione. È quindi in queste circostanze che arrivai per predicare, per 15 giorni, ritiri popolari, invitato dall'attuale arcivescovo di Brazzaville.

Non ho visto in nessun paese del mondo tante guarigioni quante in Congo, durante questi ritiri. L'unico paese al quale potrei paragonare il Congo, dal punto di vista dei segni che accompagnarono l'Evangelizzazione, sarebbe la Polinesia francese, dove l'anno precedente avevo predicato tre settimane di ritiro. Era anch'esso un anniversario di Evangelizzazione. Ma i segni furono ancora più forti e più toccanti in Congo. Leggiamo in Isaia: In quel giorno, i sordi udranno le parole del Libro e, liberati dall'ombra e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno.

Gli infelici troveranno sempre più gioia in Yahvé, e gli uomini più poveri esulteranno a causa del santo d'Israele (Isaia 29, 18-19). Più avanti, egli afferma: Che il deserto e l'aridità si rallegrino, e che la steppa fiorisca come una rosa. Si vedrà la gloria di Yahvé, lo splendore del nostro Dio. Che le mani deboli si rafforzino e che i ginocchi vacillanti si fortifichino. Dite ai cuori affranti: Coraggio, non abbiate paura; ecco il vostro Dio. Gli occhi dei ciechi si apriranno, così come le orecchie dei sordi.

Allora lo zoppo balzerà come un cervo e la lingua del muto griderà la sua gioia. (Isaia 35, 1-6). In quei pochi giorni fummo testimoni di questi segni tra «i più poveri degli uomini». Il Signore ha accompagnato con ogni sorta di segni e prodigi la sua Parola di Salvezza. Il Vangelo è vero ed efficace oggi, se crediamo davvero al Signore. Già dalla prima sera del ritiro a Linzolo, dopo la preghiera per i malati, mi venne con forza al cuore una parola del Signore: «C'è qui un uomo che soffre molto alla gamba destra. Egli zoppica e fa fatica a reggersi sulla gamba destra.

In questo momento egli sente un forte tremito e un grande calore in quella gamba. Il Signore la sta guarendo. Tu che avverti questa guarigione, abbi fiducia. Nel nome di Gesù, alzati e cammina». Ci fu un lungo momento di silenzio nell'assemblea, nessuno si mosse. Poiché non tutti capivano il francese, c'era una traduzione nel dialetto della regione (il traduttore era padre Ernesto Kombo, che mi accompagnava ovunque). Allora un uomo di 28 anni si alzò e «balzò come un cervo».

Aveva un piede fasciato. Era zoppo, soffriva da molto tempo alla gamba destra, cosa che non gli permetteva di lavorare. Per confermare tutto ciò, apparve di fronte al pubblico con il piede destro avvolto in una fasciatura; e non zoppicò mai più. La folla applaudiva e tutti lodavano il Signore. Tutti «vedevano la gloria di Yahvé» esplodere davanti ai loro occhi con una pioggia di benedizioni e di guarigioni che il Signore dava su quella terra assetata dall'aridità. Il giorno dopo ci furono numerose testimonianze. Un cieco recuperò la vista e rendeva testimonianza ringraziando il Signore.

Ma la nostra più grande sorpresa avvenne il 2° giorno, quando una bambina di 10 anni, sorda e muta dalla nascita, fu guarita. «Le orecchie dei sordi si apriranno... la lingua dei muti griderà la sua gioia». Questa bambina, sorda dalla nascita, si spaventò talmente sentendo i canti alla fine della messa che si mise a lanciare grida di panico e, tappandosi le orecchie con le dita, si allontanò. A poco a poco si calmò e, la mattina dopo, raggiante di gioia, andò al presbiterio con sua madre per mostrarci che era guarita.

Le dicevamo una parola in francese ed ella la ripeteva chiaramente. Era affascinata di poter ripetere ciò che dicevamo, come un bambino che impara a dire papà e mamma. Questa guarigione causò grande sorpresa e la notizia si diffuse fino alla capitale.

Molte altre testimonianze ci giunsero dopo l'Eucaristia di ogni pomeriggio. La folla cresceva talmente che alla fine del ritiro c'erano almeno 5000 persone. Ho un ricordo indimenticabile di questo primo ritiro a Linzolo. Ma era solo l'inizio. La domenica c'era la messa per i malati in cattedrale. Dovemmo celebrarla all'aperto, perché c'erano più di 2000 persone nell'assemblea.

Durante questa Messa, il Signore volle un segno molto chiaro della verità della sua Parola, come fece quando disse al paralitico del Vangelo: «Perché gli uomini sappiano che il Figlio dell'uomo ha il potere di perdonare i peccati, alzati, prendi il tuo giaciglio e cammina» (Luca 5, 24). Dopo la preghiera per i malati, un uomo che soffriva di emiplegia da 8 anni e non poteva muoversi da solo sentì che il Signore lo guariva. Una parola di scienza lo invitò ad alzarsi. Con lo stupore di tutti, egli si alzò e camminò da solo fino all'altare.

Lì, al microfono, ringraziò il Signore con i singhiozzi e con poche parole. Era guarito! Nei due giorni seguenti si svolgeva il ritiro per i sacerdoti e le religiose a Brazzaville. Due Eucaristie dovevano essere celebrate in due chiese diverse, alle quali erano invitati tutti i malati. La prima fu celebrata all'esterno della chiesa di San Pietro con alcune migliaia di persone che riempivano la piazza.

Restiamo sempre uniti nella preghiera!

Predicai sull'«Eucaristia, sacramento di guarigione» e il Signore venne a confermare la sua presenza reale nell'Ostia consacrata guarendo due paralitici: una donna di 35 anni che era stata portata su una barella. Giaceva sul suo letto da 2 anni e mezzo. Il Signore la fece alzare dopo la comunione. L'aiutai dandole la mano, ed ella poté raggiungere l'altare, salendo a fatica i 3 gradini del podio. Lì, pazza di gioia, si mise a danzare davanti alla folla. Era il delirio nell'assemblea.

Allora un uomo paralitico, che era stato portato in braccio dai suoi amici, si alzò anch'egli e, tranquillamente, avanzò fino all'altare. Le guarigioni di ogni sorta si moltiplicavano. Gesù ripeteva al suo popolo: «Rafforzate le mani indebolite e raffermate i ginocchi che vacillano. Dite ai cuori sconfortati: Non abbiate paura, ecco il vostro Dio». Il martedì non potevamo più celebrare la Messa all'interno delle chiese. Dovemmo andare allo stadio della parrocchia di Sant'Anna, che conteneva 15 000 persone.

Alle tre del pomeriggio lo stadio era pieno da scoppiare, e c'era più gente fuori che dentro. Si dovettero chiudere le porte. L'Eucaristia fu concelebrata dall'Arcivescovo e da diversi sacerdoti. Predicai sui segni che Gesù annunziò ai discepoli di Giovanni Battista, quando gli chiesero: «Sei tu il Messia o dobbiamo attenderne un altro?» Gesù rispose loro: «Andate e dite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono guariti e i sordi sentono... e la Buona Novella è annunziata ai Poveri» (Luca 7, 18. 23).

Dopo la preghiera per i malati, diverse persone furono toccate dalla potenza dello Spirito. Il giorno dopo le testimonianze furono numerose. Quella che ci sorprese di più fu quella di un bambino sordomuto dalla nascita, guarito nello stadio. Suo padre, professore al collegio di Brazzaville, organizzò con i suoi amici una festa, quella notte, per ringraziare Dio del suo miracolo. Il giorno dopo, lui che era iscritto al partito comunista, andò alla Sede Centrale a restituire la sua tessera del partito dicendo: «Non ho più bisogno di questo; Dio esiste. Ha guarito mio figlio».

Fue da quel momento che le reazioni cominciarono a manifestarsi al governo. Gli agenti della sicurezza nazionale erano davvero incuriositi da tutto ciò che accadeva. Una notte venne un membro del governo per avvertirci di un grande malessere che regnava nel governo comunista: gli agenti della sicurezza nazionale cominciavano ad adirarsi. Ci disse: «Preparatevi, perché Lenin è in pericolo». Ridemmo molto. Il giorno dopo ci disse di nuovo: «ci sono sempre più critiche tra i membri del partito... Marx sta morendo».

Durante tutte le nostre prediche avevamo delle spie del governo che ci seguivano ovunque. Il mattino dopo partimmo con un piccolo aereo per predicare a Pointe-Noire, a 700 km da Brazzaville, e a Loutété. Nei dieci anni del mio ministero di guarigione non avevo mai visto tante benedizioni riversate su una folla durante la celebrazione di un'eucaristia come in questa prima Messa per i malati a Pointe-Noire; gli zoppi camminavano, i sordi cominciavano a sentire, i muti gridavano e i ciechi recuperavano la vista.

Abbiamo voluto mettere per iscritto le testimonianze: le guarigioni della prima Messa superavano il centinaio. Era davvero il grande regalo del centenario da parte di un Dio ricco di misericordia. «I poveri si rallegravano a causa del Santo d'Israele». La testimonianza di maggiore impatto fu quella di un pastore protestante, paralizzato da anni dopo un'emiplegia. Precisamente, prima della Messa, lo avevano tirato fuori da un taxi e trasportato su una poltrona. Dio, che è davvero Padre e vuole unire i suoi figli nell'amore, guarì questo pastore protestante durante la celebrazione dell'Eucaristia.

Ecco un vero ecumenismo da parte di Dio. Il giorno dopo, all'ora delle testimonianze, quest'uomo si alzò da solo dalla sua sedia, si diresse tranquillamente verso il microfono senza l'aiuto di nessuno e lì, con i singhiozzi in gola e le mani levate al cielo, ringraziava il Signore. Capirete quale gioia avevamo nel cuore. «Rafforzate le mani indebolite». Il lavoro era stato stremante ma pieno di gioia. I segni e i prodigi di Gesù avevano gettato a terra la teoria marxista della morte di Dio. Non mancava che la Messa di chiusura nello stadio, che poteva accogliere 40 000 persone.

Ero stanco e dissi a padre Kombo: «Domani mi alzerò tardi». Non ero ancora sdraiato che ricevetti la poco gradevole visita di tre agenti della Sicurezza Nazionale che venivano a prendermi, ma certamente non per pregare con loro. Mi ordinarono di seguirli per un interrogatorio; mi dissi: «purché non mi capiti la stessa storia della Jugoslavia». I padri Gesuiti non vollero che partissi da solo con i poliziotti quella notte; ricordavano che nel 1977 il Cardinale era partito da solo con loro ed era stato eliminato. Così mi accompagnarono all'ufficio di polizia.

Lì, con i padri Martin e Kombo, seppi che ero prigioniero. Mi accusavano di essere rientrato illegalmente nel paese. Apparentemente sul mio visto mancava il timbro. Poiché non avevo quel timbro, la logica comunista concluse che ero entrato in Congo di notte in barca o a nuoto. Ci furono lunghi interrogatori in cui si cercò di farmi contraddire. Vidi chiaramente che il motivo della mia detenzione era lo stesso della Jugoslavia: le mie prediche.

I segni che il Signore ci dava per accompagnare la sua Parola contraddicevano gli insegnamenti del governo marxista, sebbene io non abbia mai parlato di politica durante le mie conferenze. Io ridevo pensando alla paura e ai fastidi che dava loro quel Gesù che consideravano morto. Prendevano tante precauzioni da dare l'impressione di credere nella sua Risurrezione. Durante l'interrogatorio, che durò due ore e mezza, mi si chiese persino se avessi l'abitudine di dire bugie. Mi si chiese anche se il Vaticano fosse d'accordo con il mio ministero.

Un governo marxista vegliava sull'integrità del mio ministero. Poi furono interrogati padre Kombo e padre Martin. Mentre interrogavano padre Martin, io ero con padre Kombo a raccontargli tratti di umorismo e avventure del mio ministero. Il Padre rideva e io ero felice. I nostri sorveglianti si adirarono vedendoci così felici e ci isolarono ciascuno in un angolo. Assomigliavamo a bambini puniti a scuola. Questo ci faceva ridere ancora di più, perché non sapevamo che fosse proibito essere gioiosi in prigione.

Dopo mezzanotte, divorato dalle zanzare, feci qualcosa che non avevo avuto occasione di fare con tanta sincerità. Il Vangelo ci chiede di pregare per coloro che ci perseguitano e ci calunniano. Così, in prigione, recitai cinque rosari per gli agenti della sicurezza. Alle cinque del mattino tornai dai Gesuiti in residenza sorvegliata e senza passaporto. Ogni apparizione in pubblico mi era proibita. Fui avvisato che il lunedì pomeriggio mi avrebbero fatto un altro interrogatorio. Di ritorno dai Gesuiti, mi sdraiai e cercai di dormire.

Verso le tre del pomeriggio mi alzai, ben riposato. Allora il Signore depose un messaggio nel mio cuore che mi illuminò. Questa parola risuonava chiaramente nel mio cuore come una profezia: Dopo aver gustato l'ebbrezza della Domenica delle Palme, non credi che sia normale assaggiare un po' la settimana santa? Io risposi: Molto bene, Signore, purché non siamo arrivati al Venerdì Santo. Tutto questo non era che un mezzo per impedire le manifestazioni di fede, previste per il lunedì pomeriggio e il martedì nello stadio.

La gente del governo era stanca dei segni che provavano di nuovo al popolo congolese che il Vangelo è vero, che Gesù è il Messia e che non bisogna attendere altri salvatori. Solo Gesù ci salva. Durante quella notte di interrogatori davanti a un tribunale di agenti di sicurezza, compresi molto meglio la malizia di Satana e la stupidità degli uomini che si lasciano abbindolare da false ideologie. Quella notte tornarono a prendermi per un altro interrogatorio di tre ore.

Il martedì pomeriggio il popolo, che credeva di poter celebrare la Messa di ringraziamento con le preghiere per i malati nello stadio della rivoluzione, arrivò a migliaia. C'erano perfino persone del Camerun e dello Zaire. Quando seppero che ero prigioniero, ci furono molti commenti ostili al governo. Finalmente, martedì sera, l'ultimo interrogatorio durò dalle 19:30 alle 22. Mi dissero che avrei avuto il mio passaporto il mattino dopo. L'Arcivescovo venne a farmi visita diverse volte. Era molto umiliato da questa storia. Anche i Padri Gesuiti.

Il mercoledì 12 ottobre alle 10 mi fu restituita la libertà. Prendemmo insieme l'ultimo pasto e alle 13 mi imbarcai di nuovo per lo Zaire, verso un paese libero: Viva la libertà. Nello Zaire avevo un ritiro di 3 giorni con i leader del Rinnovamento. Prima del ritiro andai a salutare il cardinale Malula di Kinshasa, in compagnia di padre Guy; il Cardinale si mostrò molto gentile e attento. Gli raccontai rapidamente ciò che il Signore aveva fatto in Congo.

Quando gli parlai della guarigione di due sordomuti, cinque paralitici, due ciechi e molti altri malati, mi ascoltava con gli occhi sgranati. Molto simpatico, mi chiese: Ma, Padre, come spiega questo? Gli risposi: È che il Vangelo è vero. E mi rispose subito: Celebrerete un'Eucaristia pubblica per i malati di Kinshasa. Chiederò il Palazzo del Popolo perché ci sia posto per tutti. Domenica sera, dopo il ritiro dei leader, celebreremo l'Eucaristia per i nostri malati.

Lo farò sapere in tutte le chiese della città.

Tanto che la domenica pomeriggio, sull'esplanade del Palazzo del Popolo, lì dove il papa aveva celebrato l'Eucaristia, il Cardinale e altri sacerdoti celebrarono con me la Messa per i malati davanti a 10 000 persone. Questo immenso palazzo, molto elegante, capace di contenere 1000 veicoli sulla sua esplanade, fu costruito da Mao Tse-tung per attirare il popolo al marxismo. Questa esplanade è servita solo due volte: per la Messa del Papa e per la nostra! Gli stessi nemici del Vangelo piegano il ginocchio davanti al Signore Gesù.

Ho raccontato ciò che avevo visto in 10 anni nel Rinnovamento nei 5 continenti, e soprattutto ciò che avevo appena vissuto in Congo. Il Signore ci benedisse molto. Tanto che ci fu chiesta un'altra Eucaristia per i malati il lunedì pomeriggio nello stesso luogo. Questa volta la folla superava abbondantemente le 30 000 persone. Mi ricordai della profezia del Signore a Pimentel, quando gli chiedevamo perché ci mandava tanta gente: «Evangelizzate il mio popolo, voglio un popolo di lode».

Durante questa seconda Messa ci furono belle testimonianze da parte di persone che erano state guarite la domenica pomeriggio, e la gloria del Signore brillava sempre. Alla fine, verso le 19, il Cardinale diede la sua benedizione e la pioggia cominciò a cadere. Erano mesi che non pioveva più nello Zaire, e la gente partì cantando, vedendo in quella pioggia un'altra benedizione.

Siano pieni d'allegrezza il deserto e la terra arida, che la steppa esulti e fiorisca. (Isaia 35, 1) Questa lettera, un po' lunga, vi dà un'idea del piccolo libro che preparo per parlarvi della gioia di vivere, di ciò che ho visto e sentito dal giorno della mia guarigione, 10 anni fa. Con la mia guarigione ho ricevuto la grazia di scoprire più che mai il potere della preghiera e la presenza dello Spirito Santo nella Chiesa di oggi. Rendo grazie al Signore di poter vivere con tutti voi questa nuova Pentecoste! Vi benedico di tutto cuore!

IX L'ULTIMO VIAGGIO

Voglio terminare questo libro raccontando un curioso incidente. Dopo una serie di ritiri in Polinesia durati 15 giorni, mi gettai sul mio sedile, nell'aereo, per riposarmi finalmente. Mentre l'aereo si sollevava al di sopra delle nuvole e avevo l'impressione di toccare quasi il cielo, cominciai ad ascoltare una cassetta di John Littleton, che cantava: «I tuoi viaggi non sono terminati, i tuoi viaggi non sono terminati, è solo l'inizio.» Queste parole toccarono il mio cuore come una profezia e dissi ad alta voce: «Amen».

La persona seduta accanto a me, che leggeva il suo giornale, mi guardò al di sopra degli occhiali pensando che fossi un pazzo che parlava da solo... Certamente, il mio viaggio è cominciato 55 anni fa, quando venni al mondo con un atto infinito dell'amore eterno di Dio. Ora ho intrapreso il viaggio di ritorno alla Patria definitiva, la Gerusalemme celeste, dove non ci sono né lutto né lacrime, né singhiozzi, né malattia, né morte. Ogni giorno sono più vicino alla Casa sempre aperta dove il buon Gesù è andato a prepararci un posto accanto ai Santi.

Sogno il mattino in cui arriverò davanti alle porte di quarzo e alle mura di diaspro. Mi vedo già camminare per le strade d'oro in riva al Mare di Cristallo della Nuova Gerusalemme, ornata di rubini rossi, di smeraldo verde e di topazio azzurro. Mi bagnerò nell'Acqua di vita, brillante come l'argento che sgorga dal trono dell'Agnello, accanto ad alberi che germogliano e danno frutti medicinali dodici volte all'anno. Il viaggio è cominciato e non c'è ritorno indietro. Come il cervo desidera l'acqua viva, così la mia carne languisce e il mio cuore grida di gioia a causa del Dio vivente.

Un turbine mi attira verso la Gerusalemme di lassù, sempre più forte. Per una sola ragione vorrei che il viaggio durasse più a lungo: per la vertigine inebriante che mi fa sperare ciò che attendo. In un batter d'occhio, al suono della tromba, lo conoscerò faccia a faccia. Egli mi possederà e io lo possederò accanto alle mura di Sion. Un invito personale, stampato con il sangue dell'agnello, mi è arrivato perché partecipi alle Nozze dell'Agnello. La sposa è stata ornata di doni e di carismi, abbellita da un diadema di stelle e di sole.

La sua veste è cosparsa di virtù e i suoi occhi brillano della fiamma dell'Amato. In questi ultimi anni sono stato testimone delle opere dell'amore e della misericordia del nostro Dio. Se egli è così grande nelle sue opere, come sarà lui stesso? Se i raggi della sua misericordia sono così luminosi, come sarà lui, il sole di giustizia? Se nella fede se ne percepiscono i lineamenti, come sarà nella visione che non inganna? È per questo che, in aereo o sul dorso di un asino, canto sempre: Che gioia quando mi fu detto: andiamo verso la Casa del Signore. Già i miei passi si posano sulla tua soglia, Gerusalemme.

Mio Signore e mio Dio, voglio dirti a te queste ultime parole: Mio Dio, tu mi sonda e mi conosci; sai quando mi siedo e quando mi alzo; penetri i miei pensieri; sai se parto per un viaggio o se mi corico; tutti i miei sentieri ti sono familiari. La parola non è ancora nella mia bocca che già tu, mio Dio, la conosci. Sei là dietro di me e davanti a me, e hai posato su di me la tua mano. Dove andrò lontano dal tuo spirito? Dove potrò fuggire il tuo volto? Se mi elevo ai cieli, tu sei lì. Se mi corico nello Sciol, eccoti.

Se prendo le ali dell'aurora, se me ne vado ai confini del mare, anche lì la tua Mano mi conduce, la tua destra mi afferra. Anche se dico «Che le tue tenebre mi coprano e che la notte sia la luce attorno a me». Le tenebre stesse non sono tenebre per te, e la notte è luminosa come il giorno. Perché sei tu che hai formato i miei lombi, tu che mi hai tessuto nel ventre di mia madre; ti rendo grazie per tante meraviglie: sei un prodigio, prodigiose sono le tue opere.

Tu conoscevi la mia anima al suo giusto valore, nessuno dei miei ossi ti era sconosciuto, quando ero plasmato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra. Tutte le mie azioni, i tuoi occhi le vedevano; tutte erano nel tuo libro. I miei giorni vi erano iscritti, segnalati prima ancora di esistere. Come sono insondabili, o Dio, i tuoi pensieri, come sono innumerevoli. Più numerosi dei granelli di sabbia; e se finisco di contarli, mi resta ancora Tu!

Riprodotto il 14 dicembre 2000

Anniversario di santa Teresa del Bambino Gesù

Patrona delle Missioni

A cura di Yves Rancourt, presbitero, St-Georges, Beauce, Québec, Canada