Gesù è il Messia ( II )
Gesù è il Messia — parte B
IV INTERVENTO DELL’AUTORE
Riunendo diverse interviste realizzate in varie parti del mondo, abbiamo scelto le domande che ci sembravano più interessanti. Le riportiamo qui con le risposte di padre Emiliano Tardif.
Il padre Emiliano Tardif
1. - In cosa consiste precisamente il dono della guarigione?
Il dono della guarigione è, come tutti gli altri carismi, una manifestazione dello Spirito Santo. San Paolo afferma: a ciascuno la manifestazione dello Spirito è data in vista del bene comune. Poi ne enumera nove: la parola di sapienza, la parola di scienza, la fede, i doni delle guarigioni, la potenza di operare miracoli, la profezia, il discernimento degli spiriti, le diversità delle lingue, il dono di interpretarle (1 Cor 12, 8-11).
Padre, ma si dice che questi carismi straordinari erano soltanto per gli inizi della vita della Chiesa... e che ora non sono più necessari... Ma chi ha detto questo? Allora anche la fede che san Paolo cita in questa stessa lista era soltanto per gli inizi della vita della Chiesa? Il Concilio Vaticano II parla di questi doni straordinari che fanno parte della vita della Chiesa oggi (cfr. Lumen Gentium 4 e 12).
Inoltre, il Cardinale Ratzinger nel suo libro Entretiens sur la foi afferma:
“Nel cuore di un mondo inaridito dallo scetticismo razionalista è nata una nuova esperienza dello Spirito Santo, che ha assunto la portata di un movimento di rinnovamento su scala mondiale. Ciò che il Nuovo Testamento dice a proposito dei carismi che apparvero come segni visibili dello Spirito non è più soltanto storia antica, per sempre passata: questa storia ridiventa oggi piena di attualità.”
2 - Perché la Chiesa Cattolica non accorda ancora ai carismi diritto di cittadinanza, mentre in numerose Chiese Evangeliche essi sono comunemente ammessi?
Devo sottolineare diversi aspetti:
a) Mi sembra che ciò sia dovuto al fatto che la nostra Chiesa catechizza molto ed evangelizza poco. I segni accompagnano la proclamazione che Gesù è vivo, ma non nella stessa proporzione quando si insegnano verità o la dottrina della fede. Il giorno in cui riemergerà l’annuncio esplicito di Gesù come Salvatore e Signore, vedremo prodigi nel cielo e segni sulla terra. Per me, il problema non è l’assenza dei carismi. Questo ne è soltanto la conseguenza. La radice è che abbiamo smesso di proclamare l’annuncio della morte redentrice e la gloriosa risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo.
b) D’altro canto, siamo caduti nella tentazione del pelagianesimo: usare soltanto i mezzi umani e contare unicamente sui mezzi naturali per realizzare l’opera di Dio.
Quando si fa l’analisi della realtà, si dimentica che si conta con la potenza di Colui che ha risuscitato Gesù dai morti. L’opera della Chiesa è una missione impossibile che supera le forze degli uomini. Come realizzarla senza la potenza dello Spirito Santo?
La scienza né la tecnica possono supplire all’azione dello Spirito. Non dimentichiamo che se il Signore non edifica la casa, invano si affaticano i costruttori (Sal 127, 1).
c) Ciò può essere anche una reazione di fronte alle esagerazioni che talvolta si incontrano. Anch’io sono contro le deformazioni, ma l’esistenza della zizzania non giustifica mai che si sradichi il grano.
d) Si vede riemergere qualcosa che era stato sepolto, e ora che riemerge non si sa che farne né come servirsene. Ma tra poco sarà normale. Spero che presto l’anormale sarà che un giorno non ci fossero guarigioni, e che la gente si stupirà perché in quel momento la potenza di Dio non poteva manifestarsi.
e) Infine, posso dire che ci sono già molti vescovi aperti a queste manifestazioni di ordine carismatico. Vi citerò soltanto tre casi:
Monsignor Rafael Bello, Arcivescovo di Acapulco, ha scritto una bella lettera pastorale sulla “Nuova Evangelizzazione 2000” in occasione dei quindici anni del Rinnovamento nella sua arcidiocesi. La differenza con altri scritti episcopali è che in essi si parla e si valuta il Rinnovamento, mentre nella sua lettera l’arcivescovo ha voluto comunicare il frutto che ne ha personalmente tratto. Il paragrafo 54 dice così:
Sono numerosi gli evangelizzatori che agiscono sempre sotto l’azione dello Spirito Santo. Sono lieto di citare tra loro il padre Tardif, che è mondialmente conosciuto come tale, perché è venuto molto spesso a evangelizzare a Città del Messico, ed è un amico che ha predicato il ritiro sacerdotale carismatico ad Acapulco nel 1984.
Il leitmotiv della sua predicazione, delle sue lettere personali o circolari, come delle sue conversazioni è: com’è facile ed efficace evangelizzare con l’aiuto della potenza dello Spirito Santo! Tutti i paesi l’hanno sentito parlare delle meraviglie del Signore e tutti erano pieni di ammirazione (At 2, 11-12). Il suo straordinario carisma di guarigione attira migliaia e migliaia di ascoltatori, e ne approfitta per evangelizzare instancabilmente. Pensa come Paolo: guai a me se non annunciassi il Vangelo!
(1 Cor 9, 16).
Raccomando vivamente lo studio nei gruppi del suo libro Gesù è vivo. Il padre Emiliano ci persuade che il Rinnovamento è una forza evangelizzatrice, perché conduce i suoi membri ad aprirsi alla potenza dello Spirito, ai suoi doni e ai suoi carismi.
Il Cardinale Renard confessava al padre Tardif che il Rinnovamento aiutava i sacerdoti e i Vescovi a riconoscere che l’incredulità e il razionalismo fanno ostacolo a un apostolato fecondo. Il Cardinale aggiungeva: “Noi mettiamo dei binari allo Spirito Santo perché vi si adegui, ed egli vola ben al di là. Lo Spirito Santo non segue i nostri programmi pastorali. È evidente che abbiamo bisogno di un programma pastorale, ma ogni programma deve essere permeabile perché lo Spirito Santo possa servirsene e persino trasformarlo. La Chiesa è una Pentecoste permanente e non una razionalizzazione permanente.”
Il Cardinale Ratzinger, nel libro precedentemente citato, dichiara:
“Ciò che è un segno di speranza in tutta la Chiesa — precisamente anche in mezzo alla crisi della Chiesa nel mondo occidentale — è il fiorire di nuovi movimenti che nessuno ha pianificato, ai quali nessuno ha fatto appello, ma che provengono semplicemente dalla vitalità interiore stessa della fede. In essi si disegna — sebbene senza alcun rumore — qualcosa che farebbe pensare a un’alba di Pentecoste nella Chiesa. Penso per esempio al Movimento carismatico, al Neocatecumenato, a Cursillo, Focolare, Comunione e Liberazione, ecc.”
- Per concludere, gli ultimi Papi hanno espresso cose molto belle sul Rinnovamento. La più bella è quella di Paolo VI, quando si riferisce al Rinnovamento come a “una possibilità per la Chiesa e il mondo” (19 maggio 1975).
3 - Lei parla di esagerazioni nei carismi. Quali sono?
Il problema principale è quando li togliamo dal loro contesto: nel racconto di Marco, la frase che precede l’invito a imporre le mani sui malati perché siano guariti parla di proclamare la Parola: “Andate nel mondo intero, proclamate la Buona Novella a tutta la creazione” (Mc 16, 15-18). Cioè i segni prodigiosi accompagnano l’annuncio del Vangelo. Non esistono da soli, ma quando si proclama la salvezza in Gesù Cristo.
Dal canto suo, Matteo conclude il suo invio in missione: battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (Mt 28, 18-19). Cioè dopo la guarigione deve seguire la vita sacramentale. Si tratta quindi di una catena a tre anelli: Parola-Guarigione-Sacramento. Se non è così, s’indebolisce.
All’inizio del mio ministero, un sacerdote venne a farmi visita in Canada perché partecipassi al Congresso che organizzava. Accettai ingenuamente. Ma per tutto il Congresso egli diresse la preghiera, i canti e diede tutti gli insegnamenti. Presiedette l’Eucaristia, pronunciò l’omelia e fece persino gli annunci. Soltanto alla fine della giornata mi chiese di pregare per i malati. È lì che ho imparato a non pregare per i malati quando non ho potuto proclamare la vittoria di Gesù sulla croce e il trionfo della sua risurrezione.
4 - Come si è reso conto di avere il dono della guarigione?
Dopo aver pregato per i malati in diversi gruppi di preghiera. Il 18 novembre 1973, un malato che soffriva di artrite e artrosi mi chiese di pregare per lui. Alla fine della preghiera si mise a camminare, lasciando il bastone. Era totalmente guarito. Più tardi constatai come, sempre più frequentemente, Gesù guariva i malati. Così cominciò per me questa vita piena di sorprese: non avrei mai immaginato fin dove Egli potesse condurmi. Credo d’altra parte che il mio ministero sia quello di evangelizzare. Quando si annuncia Gesù, quando si proclama il kerigma, è allora che appaiono questi segni.
5 - Un carisma si impara? Ci sono delle tecniche?
Non direi che si impara, ma che si fortifica. E più lo si mette al servizio dei malati, più si sviluppa. È un dono gratuito che, se non lo si usa, non si sviluppa. Ma se lo si mette al servizio dei malati, si fortifica e si manifesta di più. Oggi vedo molte più guarigioni di cinque anni fa, nelle stesse circostanze. L’uso del carisma ci fa crescere nella fede. Più vediamo guarigioni, più siamo sicuri che anche altri saranno guariti.
6 - Qual è il principale ostacolo ai carismi?
Padre Tardif e il ministero delle guarigioni
Credo che sia la paura di perdere la nostra reputazione. I carismi sono una croce, e molti non sono pronti a portarla. L’esercizio di certi carismi ci fa passare per pazzi, altri si fanno beffe di noi e molti sono quelli che ci svalutano o ci perseguitano. Se non fossimo disposti a morire a noi stessi, fino ad abbandonare i nostri privilegi e la nostra fama, non potremmo ricevere questi carismi. Ricordo benissimo un parroco vicino che si faceva beffe dei carismatici, e nelle sue omelie domenicali assicurava che se certuni parlano in lingue, è perché mancano di vitamine...
Vi racconterò un aneddoto che ho già raccontato nel corso del primo ritiro mondiale dei sacerdoti organizzato dal Rinnovamento Carismatico nell’ottobre 1984 a Roma; c’erano circa seimilacinquecento sacerdoti, più di ottanta vescovi e diversi cardinali.
Dissi loro: “Molti sacerdoti avrebbero carismi bellissimi se non avessero così tanta paura di perdere la loro reputazione e non fossero così preoccupati della loro immagine. Il rispetto umano e la paura del ‘che diranno’ ci chiudono all’azione dello Spirito. Dobbiamo morire a noi stessi, perché lo Spirito possa passare attraverso di noi”. Poi raccontai loro:
Un giorno, nel corso di un ritiro, eravamo pieni della gioia del Signore. Tutto si era svolto in una grande gioia, ma insieme nella pace che viene dal Signore. Per concludere il ritiro, era stata programmata l’Eucaristia, presieduta dal padre vescovo di quella diocesi. Quel vescovo non amava le manifestazioni spontanee, né i canti esultanti, né i carismi; aveva persino proibito gli applausi e che la gente alzasse le mani. A più riprese si era opposto con forza a tutte queste cose, il che faceva sì che la gente avesse un po’ paura di lui.
Quando arrivò, le chitarre tacquero e i canti di lode divennero muti, nello stesso tempo in cui le mani alzate si abbassarono. Tutto prese un tono molto formale e serio. Nel momento preciso in cui stava per aprire l’Eucaristia, ci fu un problema di sonorizzazione. Tutti erano nervosi. Il sagrestano controllava i fusibili, un altro accendeva e spegneva il microfono, mentre un altro cercava di capire che cosa fosse successo all’amplificatore. La chiesa, piena di gente impaziente, attendeva in un silenzio teso l’inizio della messa.
Per calmare un po’ i nervi, il Vescovo disse a voce alta: “Mi sembra che abbiamo un piccolo problema con i microfoni...!” “E con il vostro spirito”, rispose la folla. Tutti credevano che la messa fosse cominciata. Molti hanno problemi con i loro microfoni. Non lasciano allo Spirito spazio sufficiente perché possa muoversi liberamente. Si vuole imprigionarlo in stampi prestabiliti e non lo si lascia evolvere con la libertà del vento che soffia dove vuole. Quelli che hanno problemi con i loro microfoni, è perché sono troppo preoccupati di ciò che gli altri pensano.
Se fossimo meno gelosi della nostra reputazione, saremmo più aperti allo Spirito Santo. La paura del ridicolo ci impedisce di aprirci ai carismi dello Spirito. È certo che i carismi sono umilianti. Ci conducono alla croce. È per questo che molti ne hanno paura e altri li rifiutano. Finiti gli orari riposanti, le ore di sonno si accorciano. D’altro canto, la reputazione non cresce, anzi ci si ritrova colmi di beffe, critiche e sarcasmi... ma in fondo tutto si può superare, sempre che non si abbiano problemi con i propri microfoni.
7 - Non è pericoloso un dono come quello?
In primo luogo, è un dono; cioè un regalo gratuito di Dio. La guarigione è opera esclusiva di Dio che passa attraverso strumenti umani.
- Inoltre, è per il bene comune, e non per chi possiede il dono. Sarebbe molto pericoloso appropriarsi della gloria di Dio per sé soli. Si potrebbe persino arrivare a condannare qualcuno che avesse il dono della guarigione: “Molti mi diranno in quel giorno: ‘Signore, Signore, non è forse in tuo nome che abbiamo profetizzato? in tuo nome che abbiamo scacciato i demoni? in tuo nome che abbiamo fatto molti miracoli?’ Allora dirò loro in faccia: ‘Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi che commettete l’iniquità’ (Mt 7, 22-23).
Se lo mettiamo al servizio della comunità, è un dono prezioso. Se riconosciamo che siamo soltanto degli strumenti, ne saremo edificati. Tuttavia, il maggior beneficio che vi vedo è che accresce la fede della comunità, risveglia chi dorme e ridà vitalità al ministero dell’evangelizzazione, mostrando Gesù vivo in mezzo a noi.
8 - Padre, se san Paolo dice che l’essenziale è l’amore, perché dà tanta importanza ai carismi?
Non sono io ad accordargliela. È Gesù (cfr. Mt 4, 23). San Paolo dice che “i segni” caratterizzano il vero apostolo (cfr. 2 Cor 12, 12). Vorrei piuttosto chiedere: perché certuni minimizzano ciò che per Gesù aveva un grande significato?
Purtroppo opponiamo ciò che è complementare. L’amore nell’astratto non esiste. L’esercizio di un carisma, qualunque sia, è un servizio per la comunità e di conseguenza è amore.
9 - Quasi sempre si parla del padre Tardif come di una stella isolata. Lei lavora da solo?
Oltre a essere Missionario del Sacro Cuore, sono membro di una comunità chiamata “I Servitori del Cristo Vivente”, che comprende ottantasette membri. Un ministero qualunque, e soprattutto questo, è molto pericoloso se è compiuto “da cavaliere solitario”. I miei fratelli nella comunità mi amano e mi correggono. Imparo molto da loro. Non mi ammirano troppo. Io sono semplicemente loro fratello, ed essi sono impegnati nei suoi confronti perché egli giunga alla santità. Mi piace molto predicare ritiri insieme ad altri che danno punti di vista diversi sull’evangelizzazione.
Anche con coppie che possono trattare i temi della famiglia in modo ben più completo di quanto farei io. Attualmente lavoro con una comunità di laici. La nostra comunità è nata nel 1981-82. Con l’aiuto di numerosi benefattori, abbiamo potuto ottenere una casa nella capitale dominicana, che è il nostro centro di formazione per gli evangelizzatori. La casa è stata inaugurata il 19 marzo 1984 e il 25 marzo cominciavamo il ministero dell’adorazione del Santissimo Sacramento. È da lì che è venuta l’idea di chiamarla “Casa dell’Annunciazione”.
Ogni giorno si espone il Santissimo Sacramento dalle otto del mattino alle otto di sera. La comunità ha diversi ministeri, ma il primo è l’adorazione del Santissimo Sacramento. Tutti i pomeriggi c’è un sacerdote disponibile in casa per accogliere le persone che desiderano una direzione spirituale. Abbiamo inoltre la celebrazione dell’Eucaristia. La Casa è, innanzitutto, un centro di formazione di evangelizzatori con la contemplazione di Gesù nell’Eucaristia. La Casa dell’Annunciazione evangelizza attraverso ritiri carismatici in città e fuori.
Ciò avviene attraverso programmi televisivi e radiofonici. Ciascuno vive nella propria casa, ma ci ritroviamo ogni settimana per pregare, condividere e organizzare il nostro apostolato. Abbiamo due ritiri annuali per nutrire la nostra vita spirituale in modo più forte. I membri della comunità sono laici, non fanno voti, ma prendono certi impegni di base.
10 - È l’unico, all’interno della sua comunità evangelizzatrice, ad avere il dono della guarigione?
Molti di noi hanno il carisma della guarigione fisica, altri quello della guarigione interiore. Sugli 87, 11 hanno ricevuto il carisma della parola di scienza, e molti hanno quello della profezia o della liberazione. Vi racconterò qualcosa che è accaduto a un catechista della Casa: un giorno arrivò una persona con le sue stampelle, poteva a malapena camminare e cercava il padre Tardif perché pregasse per la sua guarigione. Il catechista che la ricevette la informò che non c’era.
Il malato ne fu molto dispiaciuto, ma il fratello gli disse: “Vedi, non ho né oro né argento, ma ciò che ho te lo do. Vieni alla cappella dove è esposto il Santissimo Sacramento. È lui che ti guarirà”. Il malato vi andò. Dopo circa quindici minuti di orazione, uscì dalla cappella, saldo sulle sue gambe e camminando da solo.
11. - Sono molti a ritenere il padre Emiliano Tardif un santo. Che ne pensa?
Ciò mi fa sempre molto ridere. A volte, quando sono solo e la sera vado a letto, mi dico: “Se sapessero chi sono, starebbero più tranquilli”. Non ho smesso di essere un parroco di campagna in una piccola isola sperduta del mare dei Caraibi. Non posso pensare di essere più dell’asino che ha portato Gesù. So bene che quando mi coprono di ringraziamenti e stendono il loro mantello per terra davanti a me, è per dare il benvenuto a Gesù che io porto.
E quando glielo ho portato, mi rimandano al mio ovile; al ritorno, niente tappeti di fiori né riconoscenza: entro nel santuario del mio essere e dico: “Signore, quanto sei grande!” Questo ritorno dell’asino a casa è ciò che ci mantiene umili. La solitudine e il faccia a faccia con Gesù non ci autorizzano a sbagliarci. Quando mi inginocchio e proclamo le meraviglie di Dio attraverso i Salmi, penso che se la gente conoscesse meglio Dio, si fisserebbe meno su di noi. La mia comunità sa bene che non sono un santo, ma che desidero esserlo.
È la vocazione di ogni battezzato. Ma immaginiamo sempre un santo come quello di cui si può mettere la foto sull’altare o che realizza miracoli. Per me, essere santo è molto di più: è essere come Gesù. Chi non ha voglia di essere santo?
Inoltre, dal mio battesimo, poiché sono stato radicato nella morte e nella risurrezione di Cristo Gesù, porto in me il germe della santità per il dono dello Spirito Santo che mi è stato accordato gratuitamente, senza alcun merito da parte mia. Il dono della guarigione non è un segno di santità, è un dono gratuito. Se lo metto al servizio dei malati con pazienza e amore, questo può aiutarmi a santificarmi, perché è semplicemente l’esercizio della carità, e talvolta è pesante. Un giorno qualcuno mi ha detto: “Emiliano, non hai paura che la gente ti canonizzi da vivo per tanti miracoli?” Ho risposto: “Preferisco che mi prendano per un santo piuttosto che per un brigante”.
12 - Padre, quando predica alla folla, ci sono manifestazioni di isteria collettiva?
Ci sono manifestazioni che non qualificherei come isteria, ma è un entusiasmo normale di fronte alla presenza salvifica del nostro Dio. Per esempio, i Salmi sono pieni di queste espressioni. Inoltre, gli scribi e i farisei hanno trovato esagerate le grida di “Osanna!” al Figlio di Davide. Mi pongo la domanda: perché la gente grida e s’entusiasma davanti al trionfo della propria squadra preferita nello stadio e non potrebbe esprimere la propria emozione davanti all’unico che ha vinto la morte? Perché si potrebbe piangere d’emozione davanti a un artista e non di gioia davanti al Signore dei signori? Sebbene non dubiti che alcune persone esagerino l’espressione della loro emozione, credo che altre manchino di libertà d’espressione.
Ma a volte c’è proprio esaltazione ed emotività...
Preferisco trovarmi di fronte a un esaltato piuttosto che a un morto. Si può correggere ed educare l’esaltato, ma che fare del morto?
13 - Perché alcune persone sono guarite e altre no? Certune che apparentemente hanno una grande fede e sembrano persino meritare la guarigione non sono guarite; e, al contrario, talvolta vengono guarite persone che non si sarebbe mai immaginato?
Ci sono due cose da distinguere. La prima è perché le persone sono guarite, e l’altra perché non lo sono. Per quanto riguarda la prima, vi racconterò qualcosa che ci è accaduto già da molto tempo. Nel corso di una riunione, discutevamo proprio della ragione di fondo per cui il Signore ci guarisce. L’uno dava un’argomentazione biblica, l’altro si appoggiava sul fatto che era una promessa del Signore, ecc. C’era lì un giovane dall’aria sciocca che voleva dare la sua opinione, ma nessuno gliene lasciava la possibilità.
Alla fine, quando tutti ebbero concluso le loro profonde riflessioni sul tema, il giovane disse con voce posata: “Credo che Dio ci guarisca perché siamo malati”. Dopo aver rigirato molte volte la questione nella mia testa, sono giunto alla stessa conclusione: Dio è un Padre buono che compatisce il dolore dei suoi figli.
Per quanto riguarda la ragione per cui altri non sono guariti, non ne ho la minima idea. Ma quando arriverò in cielo, è la prima cosa che chiederò a Dio. Ciò che è certo è che persino dei pagani che non hanno la fede vengono guariti... ne ho visti in Africa e in India. Era nel corso di una campagna di evangelizzazione a Mbandaka nello Zaire; un pomeriggio si erano riunite circa ventimila persone nello stadio sportivo per la Messa di guarigione. Un bambino pagano che passava di lì entrò per pura curiosità per vedere che cosa succedeva. Era il momento della Comunione.
Poi ebbe luogo la preghiera di guarigione. Quel bambino di dodici anni soffriva di tachicardia dalla nascita. Sentì rapidamente un forte calore che lo invadeva, come se una corrente elettrica gli percorresse il corpo. Era lo Spirito di Dio vivente che risuscitava il corpo di Gesù nel sepolcro, che lo riempiva e lo guariva. Dopo la messa, il bambino era totalmente guarito dalla sua tachicardia; il medico poté verificare che ciò che era accaduto non era puro frutto della sua immaginazione, ma una vera guarigione del cuore.
Nel corso della chiusura della campagna di evangelizzazione, quel bambino di dodici anni diede la sua testimonianza con un’audacia sorprendente e concluse rendendo grazie al Signore così: “Non sono cristiano, ma ora voglio diventarlo”.
Siamo di fronte al mistero dell’amore di Dio. Se è vero che il Signore ne guarisce soltanto alcuni, Egli offre a tutti noi la guarigione definitiva: la vita eterna dove non ci saranno più né malattie, né lutti, né pianti. Riceviamo gratuitamente la guarigione, ma chi siamo noi per chiedere a Dio: perché guarisci uno e non un altro? Non si è guariti perché lo si merita, è un puro dono di Dio. Josefina Guzman di Zapotiltic, Jal. (Messico) ci mostra che il Signore ci guarisce perché siamo malati e non perché lo meritiamo con le nostre buone opere. È un atto di puro amore.
Da alcuni anni soffrivo di una malattia che mi rendeva debole per tutto il giorno. Il respiro mi mancava e non potevo svolgere i lavori domestici. Mio marito si arrabbiava e diceva che ero molto fiacca. Ero disperata e triste. Andai dal dottore, che diagnosticò un’ipotensione. Mi raccomandò di bere un bicchierino di cognac ogni mattina. Poiché non avevo di che comprare il cognac, presi una piccola birra. È certo che mi sentii meglio. Il giorno dopo ne presi una un po’ più grande e mi sentii ancora meglio.
Poco dopo, ne prendevo una al risveglio e un’altra nel pomeriggio. Ne aggiunsi poi una per addormentarmi. Senza rendermene conto, sprofondavo nell’alcolismo. Non volevo essere un’alcolizzata, ma nello stesso tempo non potevo smettere di bere. Da un lato mi sentivo molto debole. Dall’altro, mi avvicinavo alla tomba a causa di questo vizio dell’alcolismo. Mi resi conto nella mia stessa carne come il peccato agisce sul nostro corpo. Inferma nell’anima, mi ammalai nel corpo. Andai a vedere gli “Alcolisti Anonimi”.
1. NDT: A.A è un’associazione di uomini e donne che condividono la loro esperienza, la loro forza e la loro speranza allo scopo di risolvere il loro problema comune e di aiutare altri a ristabilirsi dall’alcolismo.
Lì mi fu detto che ciò che mi faceva più male era il primo bicchiere. Mi trovavo in un vicolo cieco: se non bevevo, non potevo lavorare; ma se non lavoravo, mio marito mi picchiava. Ero sicura che soltanto un miracolo potesse farmi uscire da quella buca così profonda. Ma i miracoli erano per altri tempi e per i buoni, non per le ubriacone come me. Allora cominciai a partecipare agli incontri di un gruppo di preghiera del Rinnovamento, dove avevo sentito dire che il Signore compiva ancora miracoli.
Lì ascoltai la Parola del Signore, che ci dice che il peccato è all’origine di tutti i mali e di tutte le malattie. Fu allora che mi dissi che mi mancava una buona confessione e mi avvicinai al sacramento, approfittando del giubileo dell’Anno Santo 1983. Poco a poco la mia salute si deteriorò. Andai allora in visita dal dottor Ismael Espejo, che mi fece un test di Papanicolaou il 24 maggio 1984. I risultati mostrarono un cancro all’utero. Era così avanzato che mi condannarono. La scienza medica non poteva fare nulla per me, ma per me il Signore veniva prima.
Un giorno ci dissero che il padre Emiliano Tardif veniva a Guadalajara e che avrebbe celebrato una messa per i malati nell’Auditorium della città. Nel corso della preghiera per i malati, sentii una mano dolce posarsi sulla mia spalla sinistra. Nel novembre dello stesso anno, ci fu un nuovo incontro allo stadio Jalisco. Eravamo più di sessantamila persone a lodare Dio per le sue meraviglie. Dopo la Comunione, il padre Emiliano cominciò la preghiera di guarigione, assicurando che Gesù avrebbe guarito molti malati, ma non tutti.
Mi dissi tra me: “Tu fai parte di quelli che non guariranno, perché sei un’ubriacona e non lo meriti”. Mi misi poi nelle mani della Vergine Maria, perché mi presentasse al suo Divin Figlio. Il padre Emiliano, in una parola di conoscenza, disse che cinque persone erano guarite dal cancro, tra cui una donna colpita da un cancro al ventre. Presi sul serio la parola del Signore.
Mi alzai dal mio posto e gridai con tutte le mie forze: “Sono io!” La gente si voltava verso di me, alcuni diffidenti, altri pieni di allegrezza, ma io ero sicura che il Signore mi avesse appena guarita. Il 4 gennaio 85 mi rifecero gli esami. Il risultato fu meraviglioso. Il cancro non c’era più! Il dottore non si spiegava ciò che era accaduto, dato che aveva individuato un cancro di quinto grado esteso a tutto il bacino; ma ero perfettamente guarita. Gli ripetei le parole del padre Tardif: “Gesù è il maestro dell’impossibile”.
Mi resta ancora questo ultimo esame del 10 luglio 1986 perché sia confermato. Non ho più avuto bisogno nemmeno di alcol. Finite le piccole birre. Ho ritrovato ora le forze della mia giovinezza. La mia fortezza è il Signore! È lui il mio scudo! Il Signore mi ha guarito l’anima e mi ha guarito il corpo! Offro i miei esami medici a chi li vuole. Io non ne ho più bisogno. Preferisco piuttosto prepararmi all’esame finale quando Gesù mi chiederà che cosa ho fatto per i più poveri di me.
14 - Che cosa prova interiormente quando un cieco si mette a vedere o un paralitico si alza dalla sua barella?
Ciò mi riempie di allegrezza, come quando sono stato io stesso guarito dal Signore. Vi racconterò soltanto due casi di guarigione che mostrano l’amore misericordioso di Dio; mi direte poi se non vi riempiono di gioia. Stavo predicando un ritiro nella provincia del Québec. La prima sera, nel corso della preghiera di guarigione, ricevetti una parola del Signore che diceva che guariva una persona sorda all’orecchio sinistro.
Chiesi chi fosse interessato e un poliziotto si alzò molto commosso dicendo: “Sono io, non sentivo nulla dal lato sinistro e ora sento perfettamente”. La seconda sera del ritiro, ci fu un’altra preghiera di guarigione. Una parola di conoscenza diceva che una persona che aveva avuto un incidente e soffriva molto alla colonna vertebrale era guarita. Chiesi chi fosse questa persona che sentiva un gran calore alla schiena: “Alzati e ti renderai conto che il tuo dolore è sparito”.
Con le lacrime agli occhi, disse: “Sono io, non provo più alcun dolore”. La terza sera, una delle parole di scienza diceva: “C’è qualcuno qui che soffre sotto le unghie dei piedi; ti senti i piedi caldi, molto caldi, e il Signore te li guarisce”. Chiesi di chi si trattasse e il poliziotto si alzò una terza volta dicendo: “Sono io”. Era la sua terza guarigione. Soffriva di gotta, ma non sapevo che questa malattia si chiamasse così.
Dopo questo, la gente non voleva più che il poliziotto tornasse il quarto giorno, temendo che si accaparrasse tutte le guarigioni della settimana. Dissi loro: “No, per la guarigione non è così. La potenza di Gesù tocca ciascuno. Come nel corso delle nozze di Cana, ha trasformato tanta acqua in vino che si sarebbe potuto celebrare un’altra nozze, Dio ha fatto particolarmente misericordia al nostro fratello perché potessimo affidarci al suo amore. Il nostro Dio ha benedizioni di riserva per tutti i suoi figli”.
Quindici giorni più tardi, predicavamo un ritiro a Montréal, e lì il poliziotto diede la testimonianza della sua tripla guarigione: udito, colonna vertebrale e gotta. Quest’uomo, che era molto lontano da Dio, visse un cambiamento così grande che ora — l’ho ritrovato durante una predicazione recente nella sua città, La Sarre — è uno dei leader del Rinnovamento Diocesano, dove lui e sua moglie sono molto impegnati. La tripla guarigione ha toccato tutta la famiglia per una trasformazione spirituale. È la cosa più bella di tutta la testimonianza.
Dieu non è meschino. A volte si soffre di diverse cose e si chiede al Signore una sola guarigione, come se fosse qualcosa che costasse molto. Bisogna avere fiducia e osare chiedere tutto; Dio dà sempre al di là della nostra attesa. Un’altra testimonianza molto simpatia che mostra l’umorismo di Dio è ciò che accadde a Santiago del Estero in Argentina nel 1984, in uno stadio stracolmo di trentamila persone, nel corso di una missione di evangelizzazione che durò cinque sere. Dopo la predicazione, avevamo la celebrazione dell’Eucaristia.
Una madre di famiglia aveva portato con sé il suo bambino di cinque anni, paralizzato da due anni. Durante la Comunione, siccome il bambino non poteva muoversi, la mamma lo lasciò seduto sul suo posto e andò a comunicarsi. C’era tanta gente che impiegò un po’ di tempo per tornare accanto al figlio. Ma alla fine della messa, si avvicinò piangendo al microfono, chiedendo chi le avesse preso il bambino paralizzato che era seduto sul suo posto. Qualcuno si accorse che il “piccolo smarrito” era dietro e giocava con altri bambini.
Il Signore l’aveva guarito nel corso della preghiera di guarigione: il bambino era sceso dal suo posto ed era andato a giocare con altri piccoli.
15 - E che cosa prova quando la gente non viene guarita?
Ciò mi riempie di compassione, ma non sento che si sia tolto loro qualcosa. Insisto dicendo che Gesù non ha mai detto che tutti i malati sarebbero stati guariti, ma che ci avrebbe dato dei segni per l’evangelizzazione. Le guarigioni sono i segni che accompagnano l’annuncio del Vangelo, ma non è necessario che tutti siano guariti perché si creda alla Parola di Dio. Un giornalista mi disse un giorno: “Credo che bisognerebbe sospendere tutte queste riunioni, perché molta gente viene sperando di essere guarita e torna malata a casa. È ancora peggio essere delusi che non aver sperato”. Gli risposi allora: “Bisognerebbe anche chiudere gli ospedali, perché molti di quelli che vi entrano ne escono tra quattro assi per il cimitero”.
Non è così che la vedo. Credo che tutti i malati che vengono a questi incontri, anche se non sono guariti fisicamente, possono ricevere delle grazie. Il risveglio della fede è per molti una guarigione importante. Anche se il malato non è guarito, riceve una benedizione dal Signore. Il servizio seguente, intitolato “Rivivere”, è scritto in modo molto bello da José M. Troche del giornale El Diario di Asunción in Paraguay, il 22 aprile 1988: era lì, appassito come un fiore d’autunno. Triste. Attendeva la morte.
E gli anni passavano, e quella morte che attendeva come una liberazione dalle sue sofferenze non arrivava. Si sentiva prigioniero e, tuttavia, nessuna rete impediva la sua evasione; ma non poteva nemmeno, pur volendolo. Non c’è prigione più triste di quella della sedia a rotelle, il cui equipaggio trasporta un’impotenza tragica. Non poteva più sopportarlo. A quarant’anni, era legato alla sua sedia ed era schiavo della sua famiglia.
Lo conducevano dove non voleva andare; lo portavano in strada mentre avrebbe voluto riposare; lo mettevano a letto mentre voleva passeggiare. Nessuno aveva tempo per lui. Pensate che aveva lavorato come un negro per vent’anni, guadagnando soldo dopo soldo, finché non poté avviare un commercio da cui avrebbero potuto vivere senza preoccupazioni, ma non poteva più occuparsene.
Tutti i giorni — da quella domenica pomeriggio, cinque anni prima — si svegliava con la stessa angoscia. Faceva mentalmente tutto il possibile per alzarsi dal letto, ma le sue gambe non gli obbedivano più. Si aggrappava alle maniglie che gli avevano installato alla testata del letto e riusciva così ad alzarsi. Guardava le sue gambe: enormi, muscolose, da atleta; ma erano addormentate. L’incidente d’auto era stato terribile, ma era riuscito a sopravvivere. L’altro — un adolescente di diciassette anni — era morto.
“Perché non sono morto io al suo posto?” si lamentava; soffriva di essere come un morto vivente e ne aveva abbastanza. L’ultima volta che lo vidi, era più abbattuto che mai. Voleva morire, ma non aveva nemmeno il coraggio di uccidersi. Ma... qualcosa è accaduto, non molto tempo fa. Come ogni domenica, il figlio maggiore spingeva la sedia verso la messa domenicale. Lo incontrai del tutto per caso. Mi ero preparato ad ascoltare la sua litania monotona di lamentele, ma era già un altro uomo. Sorrideva come non sorrideva da anni.
Si era messo una camicia bianca, aveva messo da parte la sua triste giacca grigia. Sentiva persino il profumo francese, prova evidente che era risuscitato alla vita quotidiana. “Perché fai quella faccia?” mi disse subito. Chissà che faccia facevo guardandolo. Non era la mia faccia di commiserazione di sempre, né qualcosa che le somigliasse. Era piuttosto una faccia perplessa, stupita. E i miei occhi, di sicuro domandavano che cosa fosse successo.
Continuava a sorridere. È un miracolo! pensai. “Sì, vecchio mio, è un miracolo”, mi disse come se leggesse nei miei pensieri. E mi raccontò tutta la storia. In realtà, si credeva morto, perché la sua anima era morta. Senza speranza, senza assumere la sua condizione d’handicappato, dimenticando che il corpo ha altri organi vitali più importanti delle due gambe. “Il miracolo è avvenuto una notte. I miei figli mi hanno portato allo Stadio, più che mai compassionevoli, pensando che sarei uscito giocando a calcio, come prima. Vedi che no. Ho lo stesso aspetto di prima, apparentemente.
Ma tutto è cambiato, da quella notte”. Da quella notte, sentì di essere un uomo utile, forte, sebbene non potesse camminare, pieno di vita. Da quella notte, si rimise a vivere. Quella notte, capì che non era solo, e che la paralisi delle sue gambe non era nulla di fronte al cancro della sua anima. E quella notte guarì. Guarì dell’anima, del suo pessimismo, non ha nemmeno più bisogno di essere guarito delle gambe.
16 - Come può essere sempre felice nonostante tutti questi malati che la cercano, vivere ogni giorno con il dolore ed essere come una spugna che assorbe l’amarezza della miseria umana? Lei non soffre del dolore di tutta questa gente?
Soffro di vedere tutta questa sofferenza, ma questo non mi deprime. Il Signore ci dona la compassione, che è un grado d’amore per il malato... Inoltre, sono testimone del grande amore del nostro Dio per colui che soffre. Se è vero che ogni giorno sono in contatto con il dolore dell’uomo, è altrettanto certo che ogni giorno posso tastare la potenza misericordiosa di Dio. Allora ripeto con san Paolo: chi ci separerà dall’amore del Cristo? Né la malattia né la morte potranno riuscirci!
17 - Come “funziona”, questa parola di conoscenza attraverso la quale lei sa ciò che Dio fa?
Non vedo né sento nulla. Tuttavia, ho la certezza interiore che una persona sta guarendo da qualcosa. La certezza si conferma quando verifico che il malato è stato realmente guarito. Si tratta di un impulso interiore, una mozione dello Spirito. È come per san Pietro, gettarsi in mare per camminare sulle acque. Il Signore diceva un giorno a una religiosa contemplativa: “Ogni volta che dai una parola di conoscenza, devi compiere un atto di fede come lo fai quando riconosci che io sono presente nella Santa Ostia”. È come quando ci si inoltra su una strada piena di nebbia: all’inizio si vede soltanto ciò che è davanti a sé, ma man mano che si avanza, si vede più lontano.
Per esempio, ho la certezza che qualcuno è guarito dall’orecchio. Man mano che lo dico, mi appare che è una donna che sente un calore e persino la sua età... Se non fossi sicuro che ciò venga dal Signore, non oserei mai dire la sua età a una donna... Ecco la bellissima testimonianza che suor Regina Catteeuw ci riporta nella sua lettera del 10 ottobre 1988: Rendo reverendo padre Tardif. È con grande gioia e riconoscenza che le scrivo per annunciarle una buona notizia: Lucas è nato. È il primo figlio di mio fratello e di sua moglie Maria Rosa, sposati dal 22 agosto 1975.
Il 14 novembre, a Gand, l’ultima parola di scienza che lei ha dato era: “C’è una coppia sposata da dodici anni che non ha potuto avere figli. Entro un anno, terranno un bambino tra le braccia”. Il 22 agosto, esattamente il tredicesimo anniversario del loro matrimonio, è nato un bambino dai capelli neri che pesava tre chili e seicento cinquanta grammi. Quando mio fratello prese suo figlio tra le braccia, esclamò con tenerezza: “Sei stato così a lungo nelle nostre attese e nei nostri sogni. Ogni anno la primavera e l’inverno tornavano, ma tu non venivi.
Ma se non sei venuto prima, questo è un segreto tra Dio solo e te”. La fede di tutta la famiglia è cresciuta. Un grande saluto da Maria Rosa, Lucas e il piccolo Lucas
Suor Regina Catteeuw
L’esercizio dei carismi è un cammino di crescita nella fede. Ogni volta che do una parola di conoscenza, mi getto in acqua, sicuro che il Signore non viene mai meno. È anche un cammino d’amore, perché serve alla comunità. Tutti i carismi sono al servizio e sono per questa ragione manifestazioni del più grande dei carismi: l’amore. La parola di conoscenza è un atto di fede, tanto da parte di chi la dà quanto del malato che l’ascolta; e Dio, che dona la fede, risponde a questa fede.
18 - Lei fa miracoli?
Un giorno, un giornalista colombiano mi ha posto esattamente la stessa domanda. Gli ho risposto: “No, niente di tutto questo. Tutto è molto semplice: io prego e Gesù guarisce”. Il giorno dopo, pubblicava un articolo su un quotidiano che s’intitolava: “Il padre Tardif prega e Gesù guarisce”. Quando vidi il giornale, esclamai: “Finalmente, un giornalista che ha capito!” Il dono della guarigione è per gli altri, non per sé. Mi capita di essere malato: se il dono di guarigione fosse per me, mi imporrei le mani sulla testa, pregherei e sarei guarito, ma non è così che accade.
Nel corso di un ritiro di fine settimana per duemila ispanofoni a Tucson in Arizona, il Signore guarì molti malati, comprese malattie molto importanti, soprattutto di artrite e paralisi. Alle due del pomeriggio di domenica, avevo una febbre molto alta. Avevo preso un raffreddore ed ebbi difficoltà a dare il mio ultimo insegnamento. Alla fine del ritiro, dovetti mettermi a letto per un giorno e mezzo.
Mi dicevo: “Se il dono di guarigione fosse per il proprio bene, mi imporrei le mani e mi guarirei d’un colpo per uscire dal letto”. Ma il Signore mi ha mostrato di nuovo che non sono io che guarisco, è Lui.
19 - Ci racconti una guarigione che ha attirato la sua attenzione per qualcosa di particolare.
Ve ne racconterò diverse che mostrano l’umorismo del nostro Dio. Nel 1984, predicavo un ritiro nella città di Monterrey. Nel corso dell’Eucaristia, era molto difficile distribuire la comunione, perché tutte le navate erano stracolme di gente. Aiutato da alcuni custodi, mi avviai verso la parte posteriore. Mentre passavo in mezzo alla folla, alcuni volevano toccarmi, altri arrivavano persino a chiedermi di pregare per loro; pensavo: “Ma se Gesù stesso può guarirli, non so perché cerchino il padre Emiliano...
In mezzo a tutta quella folla, vidi una donna che aveva le lacrime agli occhi. Portava un bambino piccolo tra le braccia. Il bambino mi guardava con tenerezza. Mi ricordai allora di quel paralitico della piscina di Betzaetà (Gv 5) che non poteva entrare nell’acqua miracolosa perché non aveva nessuno che lo aiutasse. Mi avvicinai allora al bambino e lo baciai. Sorrise; continuai a distribuire la comunione. Di solito, non bacio quando do la comunione, ma in quel momento preciso, ne avevo sentito il desiderio e lo feci...
Il giorno dopo, la signora si mise al microfono davanti alla folla e disse: “Ieri, al momento della comunione, il padre Emiliano passò vicino a noi. Rapidamente, si voltò e diede un bacio al mio bambino, che ha due anni ed era completamente sordo. Voglio rendere grazie perché da ieri mio figlio sente. Dio lo ha guarito. Gloria al suo Nome!”
Da quel momento in poi, mi ha complicato la vita. Tutti volevano che gli dessi un bacio; ma dicevo loro: “No, i baci sono soltanto per i bambini. Le donne devono ricevere baci dai loro mariti”. Tuttavia, l’insegnamento portò frutto. Non ho guarito nessuno. Il bacio, sebbene fosse un segno d’amore, non poteva nemmeno guarire un mal di testa. Ciò che era accaduto è che portavo Gesù nelle mie mani ed è Gesù stesso che aveva guarito il bambino sordo. Io sono soltanto l’asino che porta Gesù, ed è per questo che Egli continua a guarire i malati. Il peggio sarebbe fissarsi sull’asino e non su colui che porta sul dorso. Il giorno in cui realizzeremo che siamo tutti portatori di Gesù Cristo, quel giorno il nostro ministero sarà trasformato: non parleremo più tanto di Gesù, lo lasceremo agire in tutta la sua potenza.
Il modo di guarire di Gesù è così strano che non possiamo omettere di raccontare ciò che è accaduto a Monte Maria, dove ogni domenica si trovano riunite più di cinquantamila persone per la celebrazione dell’Eucaristia nel corso della quale il padre Gilberto Gomez fa una preghiera per i malati. Nel corso di una di queste celebrazioni, l’asta della bandiera del Vaticano cadde e colpì una persona che camminava curva, facendola cadere. Tutti furono addolorati di vedere che quel tubo così grande e così pesante era caduto proprio su una persona malata. Con sorpresa di tutti, il malato si rialzò da solo. Il tubo gli aveva raddrizzato la colonna. Ancora oggi cammina normalmente.
Le vie di Dio sono piene di buone sorprese. A volte Dio ci guarisce con un bacio, a volte con “un colpo di tubo”. Un’altra guarigione molto curiosa che all’inizio mi pose un problema, ma che dopo mi fece molto ridere, ebbe luogo ad Arequipa, in Perù, nel 1985. Nel corso della preghiera per i malati, la prima parola di scienza che ricevetti e che diedi era la seguente: “In questo momento, il Signore guarisce un paralitico”. Poi, con voce più forte, aggiunsi: “In nome di Gesù, alzati”. Nessuno di quelli che erano in sedia a rotelle ebbe l’audacia di fare il passo nella fede...
Poi precisai: “Il Signore guarisce in questo momento un paralitico. Il segno che ti identifica, e perché tu sappia che sei tu che il Signore guarisce, senti un leggero calore nelle gambe e tremi. Tu che senti questo calore, alzati in nome del Signore”... Nessuno si mosse. Un silenzio teso avvolgeva l’atmosfera. Insistei di nuovo, a voce lenta ma chiara: “Il paralitico che il Signore guarisce, alzati”. Nessuno si alzò. Davanti allo sguardo dubbioso degli scettici, sembrava che questa volta non sarebbe successo nulla.
Allora dissi — e ciò parve una buona scusa ad alcuni —: “Bene, tra qualche tempo potrai dare la tua testimonianza”, e continuai a dare altre parole di scienza.
Sebbene fossero tutte confermate, questa prima mi restava come “di traverso in gola”. Per concludere annunciai: “Il Signore sta aprendo le orecchie di un sordo”. In quel momento, un sordo seduto su una sedia a rotelle si mise in piedi e cominciò a gridare: “Padre, sento, sento! Prima non sentivo nulla!” Allora dichiarai: “Com’è logico: sei il paralitico che il Signore ha guarito, ma siccome eri anche sordo, non ti eri reso conto che il Signore ti aveva guarito dalla tua paralisi.
In nome del Signore, cammina...” E quell’uomo si mise a camminare in mezzo agli applausi, alle risa e alla gioia della folla... Alla fine dissi loro: “Ogni giorno si impara qualcosa. Da oggi in poi, chiederò al Signore di cominciare col guarire i sordi per evitarci queste situazioni imbarazzanti in cui Egli ci mette...”
20 - Padre, che effetto le fa essere così vicino alla potenza di Dio? Non deve essere facile abituarsi al fatto che il Signore si manifesta ogni giorno?
C’è lo stesso pericolo che per chi celebra la messa ogni giorno. Nello stesso modo in cui corriamo il rischio di raffreddarci celebrando l’Eucaristia, potremmo abituarci a questo ministero. La fede deve essere rinnovata ogni giorno. Fortunatamente, le testimonianze sono lì per edificarci. Se non potessimo vedere la conferma di ciò che il Signore compie, credo che avremmo abbandonato da molto tempo. Si può talvolta scoraggiarsi, ma le testimonianze ci fortificano per andare avanti. È vedendo la gioia di coloro che sono guariti che ritrovo il coraggio di pregare per i malati.
21 - Le guarigioni non fanno dimenticare il prezzo della sofferenza?
Vi risponderò con un fatto della vita corrente: un giorno il mio aereo ebbe un ritardo e arrivai a un ritiro in ritardo. Il vescovo mi ricevette con una certa impazienza perché doveva partire e mi aveva atteso soltanto per darmi alcune indicazioni. Appena arrivato, senza quasi dirmi buongiorno, mi disse molto seriamente: “Padre, la sofferenza e la malattia entrano anch’esse nel piano di Dio. Non dobbiamo perdere il valore della sofferenza causata dalla malattia. Le chiedo, per favore, che non ci sia un ministero di guarigione nel corso della messa”.
Poi, guardando l’orologio, aggiunse: “Perdonatemi se non resto alla vostra conferenza, ma il dentista mi attende da già mezz’ora...” Gli risposi semplicemente: “Ma, Monsignore, il suo mal di denti non è forse una sofferenza che ha prezzo agli occhi di Dio? Perché il medico potrebbe guarirci e non Gesù?”
Per finire, sono io a chiedere: al mondo manca il dolore? In questo mondo che soffre già troppo, abbiamo ancora bisogno di più croci o del potere della croce che ci porta tutti i frutti della Redenzione? Non dobbiamo dimenticare la parola profetica riguardo a Gesù: ha preso le nostre debolezze e si è caricato delle nostre malattie. Per le sue piaghe siamo guariti. Durante il congresso di Lourdes, ci furono tante guarigioni che un sacerdote mi si avvicinò e mi disse: “Mi sembra che ci siano troppe guarigioni”. Mostrandogli la lunga fila di coloro che venivano a dare la loro testimonianza, gli chiesi: “Quale di loro sopprimeresti?”
22 - Ha già visto meraviglie di ogni genere?
Credo che non abbiamo ancora visto nulla. Il Signore ci riserva sorprese più grandi ogni giorno. La Pentecoste è cominciata. Vedremo cose ancora più grandi. Un’epoca gloriosa si avvicina, come non ne è mai esistita fino ad ora. Il mondo, più che mai, ha bisogno di Gesù, ed Egli si manifesterà con tutta la potenza del suo Santo Spirito. Nella Basilica di San Pietro a Roma, il 19 maggio 1975, Ralph Martin diede una profezia che diceva: “Viene un’epoca di evangelizzazione come non se n’è mai vista nella mia Chiesa”.
Il profeta Gioele annuncia segni nel cielo e prodigi sulla terra, e noi li vediamo: nel marzo 1987, verso le 5 del pomeriggio, predicavo a Coatzacoalcos quando all’improvviso il sole si coprì di una nube che, spostandosi, dava l’impressione che il sole danzasse. In quindicimila l’abbiamo visto. Dio è grande! Nella festa del Cristo Re nel 1984 a Monte Maria in Messico, le nuvole formarono un’immensa croce nel cielo, ben presto seguita da altre due di fianco. - In Zaire, predicavo in francese. Una donna che parlava soltanto il dialetto lingala mi comprese perfettamente. Dio vuole darci segni che è vivo e ha il potere di salvare il mondo. Vedremo cose ancora più grandi.
23 - E se un giorno non ci fossero più guarigioni?
Se non ci fosse più alcuna guarigione, sarei molto preoccupato e mi chiederei che cosa c’è che non va in me, perché il Signore non può smettere di compiere le sue promesse. Ha promesso che segni e prodigi avrebbero accompagnato la proclamazione.
24 - Ha dovuto anche soffrire la persecuzione o i rifiuti?
Sì. Sono stato criticato, talvolta con ironia, persino da sacerdoti. In altre occasioni, sono stato ridicolizzato... ma questo fa parte del mio ministero. Ci sono ancora Vescovi che non autorizzano il ministero di guarigione. Dicono che è fanatismo. Tuttavia, è al cuore del Vangelo, come il segno che accompagna la proclamazione. Le critiche non mi feriscono personalmente. Ciò che mi fa male è vedere che i cuori si chiudono all’amore misericordioso di Gesù, che vuole manifestarsi attraverso i segni e i prodigi.
25 - Padre, tutto questo crea problemi alla sua Congregazione?
All’inizio, un fratello della mia Congregazione venne a trovarmi in privato e mi consigliò: “Cerca di uscirne. Fino ad ora, siamo sempre stati considerati una Congregazione seria e con tutte le tue pazzie, si faranno beffe di noi”. Gli risposi: “Non voglio uscirne, perché vedo frutti nel cambiamento di tanta gente. Mai prima d’ora il mio sacerdozio era stato così fecondo”.
Il più curioso è che poco tempo fa il mio Superiore Provinciale mi ha fatto chiamare dicendomi: “Abbiamo avuto una riunione dei Superiori Provinciali d’Europa e si lamentano che predichi molto in questi paesi senza mai dire che sei Missionario del Sacro Cuore”. Gli obiettai: “Non lo dico perché ci sono alcuni che non sono fieri che io sia carismatico, ne sono persino imbarazzati. Ciò che confesso sempre è che appartengo al Cuore di Gesù”. Il Superiore Generale mi consigliò un giorno: “Emiliano, non vorrei che tu avessi problemi con i Vescovi”.
A cui ho risposto: “Padre, non ho problemi con nessuno. Credo che siano gli altri ad avere problemi con me”. Grazie a Dio, ora mi è stata data piena libertà di predicare a tempo pieno in tutto il mondo. La mia agenda è così piena che non ho nemmeno il tempo di ammalarmi.
26 - Quando le persone sono guarite, che cosa accade loro dopo?
La persona che è stata guarita ha bisogno di accompagnamento nel suo processo di evangelizzazione. Il nostro errore sarebbe non occuparci di lei dopo. Non è la guarigione che dà la fede, ma ci dispone meravigliosamente a ricevere la Parola del Signore che genera la fede. Se non approfittiamo di questo momento ottimale per presentare Gesù alla persona guarita, abbiamo perso la migliore occasione di evangelizzarla. Ci sono persone che vivono una grande guarigione, ma dopo nessuno le accompagna.
Ricevono il seme con grande gioia e felicità, ma se non è innaffiato né arricchito, si può perdere per mancanza di cure. La guarigione non sostituisce l’evangelizzazione, l’accompagna. Nel mese di ottobre 1988, ho potuto predicare in cinque paesi d’Africa con il padre Jo Heglin, M.S.C. Uno di questi paesi era il Burkina Faso. C’erano più di quattrocento leader del Rinnovamento riuniti per un’intera settimana. Ma ogni sera del ritiro, andavamo tutti davanti alla Cattedrale per una messa alle diciotto, alla quale assistevano numerosi musulmani.
Questi credono in Dio (Allah), ma considerano Gesù Cristo come un profeta in più. Una guarigione che mi toccò molto fu quella di una donna musulmana di 45 anni che soffriva di paralisi del lato destro. Un’amica l’aveva invitata alla messa di guarigione, dicendole: “Stasera molti malati saranno guariti, vieni con noi”. Questa donna venne alla messa di guarigione e durante la preghiera, il Signore la guarì. Nel corso della messa di chiusura, diede la sua testimonianza davanti a migliaia di persone: “Aprite i vostri cuori a Gesù, Gesù è vivo. Io ne sono testimone. Soffrivo di paralisi del lato destro.
Sono andata in molti ospedali e non mi guarivano, ma un’amica mi ha portata alla messa di guarigione martedì sera. Sono musulmana, ma sono venuta e Gesù mi ha salvata. Mi chiamo Zenabo, ma da oggi in poi voglio essere cristiana e mi chiamerò Catherine”. Lo Spirito Santo in pochi minuti l’aveva convinta che Gesù era il Messia Salvatore e che non c’è altro Nome dato agli uomini attraverso il quale possiamo essere salvati. Ciò che accade dopo una guarigione è sempre meraviglioso.
La guarigione generalmente è come un’esplosione che genera una reazione a catena, per trasformare non soltanto la persona guarita, ma anche tutti coloro che la circondano. Ecco la prova nel seguente servizio:
Guadalajara, Jal. 11 ottobre 1984.
Il mio nome è Maria Guadalupe Lopez de Preciado. Mio marito, Armando Preciado, è giornalista del giornale El Occidental. Sono tredici anni che siamo sposati e abbiamo un figlio e una figlia. Vogliamo con questa testimonianza lodare, benedire e glorificare il Signore, perché ha fatto meraviglie nelle nostre vite sebbene lo avessimo quasi dimenticato. Il 3 luglio 1984, abbiamo dovuto far ricoverare nostra figlia Claudia alla clinica quattordici della Sicurezza Sociale, per essere operata di ciò che si pensava fosse un’ernia. Il giorno dopo, arriviamo di buon’ora per vedere la nostra piccola e sapere come stava.
Fummo stupiti di vedere sopra il suo letto una richiesta di esame radiografico, il che non è frequente, e ancora meno quando i pazienti sono appena stati operati. Il dottore, molto pessimista, ci disse che sembrava che Claudia avesse un cancro. Le avevano fatto una biopsia, se ne sarebbero avuti i risultati la settimana seguente. Se il risultato fosse stato positivo, bisognava rioperarla subito.
Il 11, verso mezzogiorno, attendevamo i risultati con grande angoscia. Il dottor Barragán ci confermò che nostra figlia aveva effettivamente un cancro inoperabile. I risultati della biopsia indicavano un neuroblastoma addominale stadio III (inoperabile): si tratta di due tumori che invadono l’addome quasi interamente. Solo un miracolo poteva salvare nostra figlia. Siamo andati all’assemblea di preghiera per chiedere la sua guarigione. Poi, la piccola fu trasportata al Servizio di Oncologia di un altro ospedale, dal dottor Juan Arroyo, che ci confermò la gravità della malattia.
Continuavamo a pregare. Il Signore ci diede la gioia di assistere alla santa messa celebrata dal padre Emiliano Tardif all’Auditorium il 28 giugno alle 17. Nonostante tutte le nostre difficoltà per entrare, ci siamo riusciti. Era una vera festa in cui il Signore offriva la guarigione fisica o interiore a molti fratelli. Il padre citava le persone che erano guarite, e disperati, non sentivamo nulla che potesse riguardare la nostra piccola. Alla fine della messa, mia figlia e io ci avviciniamo al padre Tardif e in lacrime, gli dico:
“Padre, mia figlia ha un cancro quasi incurabile, e se muore, voglio morire anch’io. È la mia unica figlia”. Il padre, con voce calma e rassicurante, mi disse: “Non pianga, signora. In nome del Signore, sua figlia guarirà”. Detto questo, mise la mano sulla testa di Claudia e pregò cinque secondi. Sono già tre mesi. I trattamenti di chemioterapia e radioterapia sono finiti, senza alcuna reazione negativa in mia figlia. Vi inviamo copie del fascicolo di nostra figlia, in cui un foglio datato 12 novembre dice testualmente: “I tumori sono spariti.
La paziente può tornare a casa”. A seguito di questa meraviglia del Signore, le nostre vite sono cambiate, la nostra unità si è rafforzata. Molti dei nostri amici hanno aderito a gruppi di preghiera. Noi invece seguiamo il Seminario di Vita nello Spirito. È per la lode e la gloria del Signore che diamo questa testimonianza, che è la presenza manifesta del Cristo che è vivo, che ci ama e che ci guarda con gli occhi pieni di compassione e di misericordia.
27 - Segue un metodo o una linea?
Un metodo, no. Annuncio sempre prima Gesù e incoraggio la fede. Poi prego per la guarigione dal peccato mediante la conversione e infine prego per le guarigioni fisiche. Non c’è un ritiro in cui non abbia visto guarigioni sensibili. Ma questo non vuol dire che tutti i malati debbano essere guariti. I miracoli sono segni della potenza di Dio, che mostrano che Gesù è vivo e che servono per la crescita della nostra fede. Dio non ci vuole soltanto ristabiliti, ma interamente guariti: corpo e anima, anche nelle nostre relazioni con gli altri.
28 - Che consiglio darebbe alle persone che esercitano questo stesso ministero di guarigione?
Il consiglio è di non pregare per la guarigione senza evangelizzare. Non dobbiamo cominciare pregando subito per la guarigione fisica, senza preoccuparci della vita spirituale del malato. Se le persone si sentono molto lontane da Dio, bisogna aiutarle perché si pentano dei loro peccati. Il caso del paralitico a cui i peccati sono stati prima rimessi prima che fosse guarito è classico per esercitare questo ministero. Se preghiamo soltanto per la guarigione fisica e non ci preoccupiamo della conversione dell’infermo, facciamo un lavoro da veterinario: quest’ultimo si occupa soltanto del corpo. Bisogna preoccuparsi del perdono e della guarigione interiore. Se il ministero di guarigione si riduce alla guarigione fisica, senza preoccuparsi della vita di fede, non vale la pena avere questo carisma.
29 - Si dice che conosca persone molto importanti in tutti i campi: Re, Presidenti e Cardinali le hanno chiesto la preghiera e l’hanno invitata alla loro messa privata. Qual è la persona più importante che conosce personalmente?
Per me, la più importante è Gesù. Ma siamo tutti importanti poiché siamo figli di Dio. Non c’è titolo più grande in questo mondo di quello di figlio di Dio. Ogni persona vale lo stesso, perché Gesù ha dato la sua vita per lei. Siamo stati riscattati al prezzo del sangue prezioso di Cristo Gesù. Tutte le persone che incontro sono importanti, ma il più importante di tutti è Gesù, il Signore dei signori.
Sì, padre, ma ci riferivamo a una persona vivente.
Gesù è vivo! Da quando è risuscitato il terzo giorno dal sepolcro, è vivo per non morire mai più. E non solo: ha la vita da dare a tutti coloro che credono nel suo Nome. Può incontrarlo anche lei. È lì e bussa alla porta del suo cuore. Se ascolta la sua voce e gli apre la porta, entrerà nella sua casa e la inviterà al banchetto del Regno...
30 - Qual è il messaggio del padre Emiliano Tardif?
Faccio altro che predicare che Gesù è l’unico Messia e che non dobbiamo attenderne un altro. L’essenza della mia predicazione è manifestare che Gesù è vivo oggi nella sua Chiesa. Credo di avere sempre meno da dire di giorno in giorno, perché mi rendo conto che l’essenziale è essere testimone di ciò che abbiamo visto e sentito. Ogni giorno realizzo che l’importante non è parlare di Gesù, ma lasciarlo agire con tutta la potenza del suo Santo Spirito.
31 - Infine, vista l’importanza crescente del dono di guarigione e il numero di persone che vanno alle eucaristie dove si prega per i malati, che cosa vuole dirci Dio attraverso tutti questi segni?
Attraverso questi segni, il Signore viene a manifestarci la sua vittoria totale. Gesù è venuto a liberare il suo popolo dal peccato, ma in più ci sono le conseguenze di quest’ultimo, come la malattia e la morte. Gesù dà segni della sua vittoria sul peccato, guarendo malati e risuscitando morti. Gesù risuscita glorioso nel sepolcro ed è lì che si trova il segno definitivo della sua vittoria, perché la morte è entrata nel mondo a causa del peccato, come afferma san Paolo (Rm 5, 12). Constato che ogni guarigione è un segno evidente della vittoria di Gesù.
È anche una manifestazione dell’amore di Dio. Bisogna ricordare ciò che Gesù ha detto al paralitico: “I tuoi peccati ti sono perdonati”. Poi aggiunse: “Perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di rimettere i peccati sulla terra, te lo ordino: alzati, prendi il tuo giaciglio e vattene a casa” (Mc 2, 9-11). Per me è la frase più chiara per spiegare il senso della guarigione: dimostrare la vittoria di Gesù sul peccato. Egli ha il potere di perdonare i peccati, e per ciò stesso di distruggerne le conseguenze.
Tutti questi segni ci ripetono una sola cosa: Gesù è il Messia salvatore di questo mondo e non dobbiamo attenderne un altro. Questo Messia è vivo oggi, ed Egli dà la vita a coloro che credono nel suo nome.
Conclusione
Vorrei concludere questo capitolo intitolato “Intervista dell’autore” con ciò che mi è accaduto un giorno a proposito di un’intervista. Un giornalista dell’settimanale francese V.S.D. (Venerdì, Sabato, Domenica) mi chiese un giorno un’intervista per il suo giornale, che tira a quattrocentomila copie. Dichiarava che “per rispondere ai quesiti di tanta gente che non può incontrarlo”, si era trasformato in “detective per frugare cielo, mare e terra per due mesi, prima di riuscire a localizzare il padre Tardif al telefono e fissare il colloquio a Santo Domingo”.
Racconta poi il suo viaggio ai Caraibi e la traversata di Sabaneta: “Una chiesa bianca e una manciata di piccole case rosa e turchesi, sul fianco della montagna verde... e proprio perché questo habitat è diseredato dalla terra, il padre Tardif lo visita perché non ci si privi del cielo”.
Poi appare una foto del padre Emiliano Tardif sorridente su un asino su un sentiero dell’isola caraibica, con la didascalia seguente: “A dorso di mulo, il padre Tardif evangelizza i contadini”. Poco dopo la pubblicazione di questo servizio, sono andato a Parigi, e molta gente mi disse che erano stati estremamente stupiti che mi fossi lasciato intervistare da una tale pubblicazione, che non è religiosa, ma piuttosto tratta temi leggeri e superficiali. Erano scandalizzati di vedere la mia foto in mezzo a gente del mondo e ad articoli poco cristiani.
Non risposi alle loro critiche, ma pensai che se Gesù si era seduto alla tavola dei pubblicani ed era seguito da prostitute, non bisognava aver paura di questo genere di situazioni. Un anno dopo, predicavo a Strasburgo; dovevo poi andare a Digione. Roger, membro della comunità del “Pozzo di Giacobbe”, si offrì di accompagnarmi in macchina. Per strada, gli chiesi come aveva incontrato il Signore, e si mise a raccontarmi la storia della sua vita, come fosse rimasto lunghi anni lontano dalla fede e da ogni contatto con la Chiesa.
Continuò: “Ma accadde che un fine settimana comprai la rivista V.S.D. dove trovai un articolo di un sacerdote che curiosamente si chiamava come lei, Tardif. Ciò mi parve interessante perché parlava di un Dio meraviglioso che non conoscevo. Attirò così tanto la mia attenzione che mi informai su dove potessi trovare un gruppo del Rinnovamento. Seguii poi un seminario della vita nello Spirito dove ebbi un incontro personale con Gesù che mi cambiò la vita. È lì che incontrai questo Dio che mi amava e che voleva mostrarmi tutto il suo perdono.
Mi pentii e gli aprii le porte del mio cuore perché venisse a salvare tutto ciò che era perduto. Mi sono confessato, e da allora sono un altro uomo.”
Gli dissi: - Ma quel padre Tardif della rivista V.S.D., sono io... - Come? Lei è di Santo Domingo? - Di cuore sì, ma sono nato in Canada. Abbiamo allora reso grazie a Dio che si serve di tutti i mezzi, persino di questo genere di riviste, per avvicinare i suoi figli che sperimentano il vero amore e non si dissetano per strada alle cisterne forate, ma alla vera sorgente d’acqua viva. Se avessi pubblicato la mia testimonianza negli “Annali della Propagazione della fede”, Roger non avrebbe mai incontrato il Signore, visto che non è il genere di riviste che comprava per divertirsi. Quanto è grande il Signore! Le sue vie non sono le nostre vie e i suoi criteri non sono i nostri.
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LA NUOVA
EVANGELIZZAZIONE
Oggi, il Santo Padre parla instancabilmente della Nuova Evangelizzazione. A partire dalla sua visita ad Haiti nel 1983, dove impiegò per la prima volta questo termine, non ha smesso di fare allusione a questo tema. Non c’è quasi occasione in cui non vi si riferisca. Il Papa segnala i tre aspetti nei quali l’Evangelizzazione deve essere nuova: Nuova nel suo ardore. Nuova nei suoi metodi. Nuova nella sua espressione. Notiamo bene che non è nuova nel suo contenuto. È chiaro che la novità non può riguardare quello.
Non esiste altro Vangelo se non quello che è stato annunciato da Gesù stesso e ripetuto dagli apostoli: Gesù è l’unico Salvatore. Non c’è altro mediatore tra Dio e gli uomini. Il Vangelo è la persona di Gesù Cristo. La Buona Novella è che Dio ha tanto amato il mondo da dare a esso il suo Figlio Unico, non per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato da lui (Gv 3, 17). La Buona Novella non è qualcosa, ma qualcuno: Gesù, che ha dato la sua vita per noi, il terzo giorno è risuscitato dai morti ed è vivo per non morire mai più.
Così, la sua stessa persona è il messaggio del grande amore di Dio per noi: sebbene siamo peccatori, Egli ha consegnato suo Figlio alla morte, perché tutti coloro che credono in lui abbiano la vita eterna. La Buona Novella che dà speranza qualunque sia la situazione o la circostanza, è che la morte è stata vinta dalla risurrezione di Gesù. Quand’anche Gesù non avesse pronunciato alcun discorso, o gli evangelisti non avessero riferito alcuno dei suoi insegnamenti, il messaggio centrale non si sarebbe svalutato: egli è la Parola e il suo stile di vita è il messaggio più grande e più fondamentale.
Il Vangelo è sempre lo stesso e lo resterà sempre. Anche se un angelo venuto dal cielo annunciasse un Vangelo diverso da questo, sarebbe falso e anatema, secondo la vigorosa espressione di san Paolo (Gal 1, 7-9). Non abbiamo quindi bisogno di un nuovo Vangelo, ma di una Nuova Evangelizzazione. Vediamo insieme che cosa significhi la novità dell’evangelizzazione.
1 - Nuova nel suo ardore
Nessuno può sentire un ardore per l’evangelizzazione se non ha avuto prima un incontro personale con Gesù risuscitato. La ragione è molto semplice: la parola ardore viene da “essere ardente”, e possiamo essere ardenti soltanto se siamo davanti al fuoco dello Spirito del Cristo risuscitato. I cuori dei discepoli di Emmaus ardono quando Gesù stesso spiega loro le Scritture: è per questo che fanno presto ritorno a Gerusalemme per dare testimonianza di ciò che è loro accaduto per strada.
Bruciare per il Vangelo è un elemento fondamentale nell’evangelizzazione: - Che il zelo della Casa del Signore ci divori. Che, come Pietro e Giovanni, non possiamo smettere di parlare di tutto ciò che abbiamo visto e sentito. - Che come Geremia, un fuoco ci bruci le ossa e ci spinga a evangelizzare a tempo e controtempo. Per rinnovare l’ardore, bisogna tornare al primo amore, quello stesso che ci ha sedotti e ci ha spinti a consegnarci senza condizioni a Gesù. Solo allora saremo disposti a compiere la nostra missione profetica, per quanto appaia amara o difficile.
Se il nostro cuore è ardente d’amore per Gesù Cristo, la nostra bocca proclamerà necessariamente il suo messaggio di salvezza e la nostra vita sarà un riflesso della sua. Il predicatore, più che teorie e dottrine su Gesù, deve avere Gesù nel suo cuore. È per questa ragione che il Papa Paolo VI diceva che il mondo d’oggi ha più bisogno di testimoni che di maestri. Bisogna nuovi evangelizzatori, incendiati dal fuoco dello Spirito; testimoni che non ripetono ciò che hanno letto o studiato, ma che non possono smettere di raccontare ciò che hanno visto e sentito.
Bisogna che si noti che sono pieni dello Spirito. Due seminaristi erano andati a un ritiro di Introduzione al Rinnovamento Carismatico. Ne tornarono così felici che andarono dritti dal Rettore del seminario per raccontargli ciò che avevano vissuto. Questi li guardava con dubbio, ma li ascoltò con attenzione e rispetto.
Molto presto, uno dei due, un po’ imprudente, gli disse: “Monsignore, non vuole che preghiamo subito perché riceva lo Spirito Santo?” Lui, un po’ imbarazzato, rispose: “Lo Spirito Santo, l’ho ricevuto al momento del battesimo. Mi è stato ridato lo Spirito il giorno della mia Cresima, e ancora il giorno della mia ordinazione sacerdotale...” Dopo alcuni secondi di silenzio teso, l’altro seminarista aggiunse: “Allora, Monsignore, non potremmo pregare perché questo si veda?” L’ardore per il Vangelo ci spinge a essere incendiari nel nostro apostolato, in modo tale che nonostante l’ampiezza del compito, c’è sempre una ragione più forte: l’amore.
Alla fine del 1984, dopo aver predicato un mese consecutivamente in Québec, sono andato in Francia. Di lì in Olanda, dove ho potuto annunciare la Buona Novella a Eindhoven e Rotterdam. Oltre al lavoro molto intenso, c’era in più il peso della traduzione simultanea. Ero così stanco e avevo così freddo che mi misi a pensare alla mia piccola casa di La Romana, e al clima caldo e gradevole dei Caraibi; quella tranquilla parrocchia in riva al mare, la mia comunità, ecc.
Ma nel corso della mia orazione mattutina, il Signore mi diede una lettura della piccola Teresa che diceva: “Se un giorno l’amore venisse a mancare, allora gli apostoli non predicheranno più il Vangelo”. Compresi e dissi: “Emiliano, non lamentarti che ci sia ancora molto da fare...” Dopo una campagna di Evangelizzazione in Paraguay, concludevamo l’ultimo ritiro con una messa di guarigione nella palestra del grande seminario. Si è calcolato che dovevano esserci più di ventimila persone.
Tutta l’Eucaristia fu ritrasmessa dalla televisione e molta gente poté vedere le guarigioni che compiva il Signore e sentire le testimonianze vive di guarigione, come quella del dottor Galeano Duarte, di Caacupé: “Nel corso della messa di giovedì scorso, ho mostrato alla folla le mie stampelle di cui non avevo più bisogno poiché potevo camminare senza di esse... Prima, quando la gente si avvicinava a me per pregare per la mia guarigione, dicevo loro che bisognava aspettare, che Dio ha la sua ora per ciascuno. Ma giovedì fu la mia ora, ed Egli mi guarì.
E mi sono ritrovato a camminare per le strade di Asunción. Sento che le mie gambe non smettono di fortificarsi. Sono molto felice di poter camminare. Secondo la diagnosi dei medici, dovevo passare il resto della mia vita con le mie stampelle. Non potevo fare un passo senza di esse, e ora sono guarito. Per questo: Gloria a Dio!”
Il giorno dopo, tornavo a Santo Domingo, via Miami, con il mio compagno d’evangelizzazione. Al nostro arrivo all’aereo, fummo riconosciuti e ci offrirono posti in prima classe, mentre i nostri biglietti erano per la classe turistica. Abbiamo naturalmente accettato, riconoscenti davanti a tanta gentilezza. Dopo il decollo dell’aereo, il copilota venne a trovarmi, chiedendomi se poteva parlarmi e se avrei accettato di pregare per lui. Lo feci, più rapidamente del solito, perché doveva andare al suo posto e volevo anch’io riposarmi un po’...
Quando ebbi finito, il responsabile della cabina mi disse: “Padre, ieri ho sentito le testimonianze di guarigione alla televisione. Potrebbe pregare per me?” Pensai allora: “Farò un altro ritiro qui”. Abbiamo parlato e pregato insieme. Quando si alzò, mi disse: “Padre, le hostess muoiono dalla voglia di parlare con lei”. Risposi: “Che vengano”. Aggiunse: “Il problema è che non possono venire a sedersi qui, in prima classe...” “Bene”, gli chiesi, “dove posso parlare con loro?” “Se lei è d’accordo, padre”, mi disse, “potrebbe venire nella cucina dell’aereo...”
Mi alzai quindi, lasciando il mio comodo sedile di prima classe, per andare nella cucina dell’aereo. Si chiuse la tenda e mi offrirono uno sgabello così alto che i miei piedi penzolavano. Il sedile era di ferro e ci stavo a malapena. La prima mi disse: “Ieri sera, ho partecipato alla sua messa e avevo molta voglia di parlarle...” La seconda mi raccontò che aveva seguito la messa alla televisione e che aveva il desiderio di ricevere una direzione spirituale. Vennero così tutte a turno, sostituendosi nel loro lavoro perché potessi pregare per ciascuna.
Non riuscivo ad abituarmi al mio sgabello, dove passai più di un’ora, ridendo di essere caduto nella trappola accettando la mia poltrona di prima classe. Tornando al mio posto, dissi al mio compagno: “Rendiamo grazie a Dio che il pilota non sia venuto a chiedere un colloquio!” Quando la nostra passione è Gesù, si può sempre evangelizzare, in tutte le circostanze. A volte non ci resta tempo per riposarci, ma se il nostro riposo è Gesù, allora si vede tutto diversamente.
2 - Nuova nel suo metodo: Kerigma e Catechesi
Il metodo è il cammino pedagogico per annunciare il Vangelo. La Buona Novella ha un sistema organizzato con tappe ben definite e chiare. Nel processo integrale d’evangelizzazione, possiamo e dobbiamo distinguere chiaramente due momenti successivi che, sebbene interdipendenti, sono differenti: Il kerigma, che è l’annuncio della persona di Gesù. La catechesi, che è la trasmissione del deposito della fede.
Se prendiamo come punto di partenza i sei discorsi kerigmatici degli Atti degli Apostoli (At 2, 14-39; 3, 12-26; 4, 9-12 e 20; 5, 29-32; 10, 34-43; 13, 16-41), ci renderemo conto che il contenuto del kerigma è differente da quello della catechesi. Il kerigma o Primo Annuncio, base della nostra fede, è centrato sulla proclamazione di Gesù, con i tre avvenimenti più importanti: la sua morte, la sua risurrezione e la sua glorificazione, con i suoi tre più grandi titoli: Salvatore, Signore e Messia.
Non si tratta quindi di una dottrina che deve essere compresa dall’intelligenza, ma di una persona che deve essere accettata liberamente per fede.
Nel kerigma, non si parla di qualcosa, ma di Qualcuno. La base immutabile del cristianesimo è il Cristo Gesù. Senza questa base, tutto ciò che si costruirebbe sopra (che sia la catechesi, la morale o la teologia) sarebbe come costruito sulla sabbia. Una delle prime definizioni del cristianesimo non fu né la filosofia, né la dottrina, né l’insegnamento, ma “la vita” (cfr. At 5, 20). Il kerigma ci conduce a un incontro personale con il Cristo risuscitato e a un’esperienza della sua salvezza, che fa di noi creature nuove per la fede e la conversione.
Il nostro grande errore di metodo nella pastorale d’evangelizzazione, è insistere sull’insegnamento e la catechesi di persone che non sono ancora nate di nuovo. Durante una tournée di predicazione in Egitto, abbiamo visitato le imponenti Piramidi. Ci raccontarono che per il viaggio nell’aldilà del defunto, gli si lasciavano piatti di cibi squisiti. Purtroppo, questi alimenti così ricchi si perdevano, poiché il morto non poteva mai assaggiarli.
È ciò che accade quando diamo il ricco alimento della dottrina, della morale o dell’ortodossia a coloro che sono ancora morti, perché non hanno fatto l’esperienza della Vita in abbondanza che Cristo è venuto a portare sulla terra. È per questo che, quando Gesù arrivò alla casa di Giairo, dove la figlia di dodici anni era appena morta, la prima cosa che fece fu di risuscitarla ed è dopo che chiese che gli si servisse da mangiare. Certuni pensano che sia mangiando che i morti risuscitano, ma non è così.
Molto spesso la nostra struttura dottrinale è perfetta, ma suppone qualcosa che non esiste ancora.
C’era un sacerdote molto attivo e dinamico che amava organizzare la liturgia con molta cura. Ma poiché voleva fare tutto da solo, dimenticava sempre un aspetto. Un giorno, organizzò una processione del Santissimo Sacramento. Aveva fatto attenzione a tutti i dettagli: la corale, i chierichetti, i canti, le candele, l’incenso, l’ordine, ecc. La cerimonia cominciò in orario. L’organo suonava, la gente cantava e tutti camminavano in ordine, mentre il dolce odore dell’incenso dava un tocco di solennità e di raccoglimento. Vestito del suo mantello e coperto dal pallio sostenuto da quattro accolti ben vestiti, il sacerdote elevava rispettosamente l’ostensorio verso il cielo.
La processione stava per concludersi quando un accolta si avvicinò al sacerdote per parlargli. Questi resisteva perché ciò usciva dal suo schema e dalla sua organizzazione. Tuttavia, davanti all’insistenza dell’accolta, gli chiese che cosa stesse succedendo. “Padre”, gli disse il chierichetto, “ha dimenticato di mettere l’Ostia nell’ostensorio...” Il sacerdote abbassò allora l’ostensorio per verificare e si rese conto che l’aveva davvero dimenticata. Non poté trattenersi ed esclamò a voce alta: “Dimentico sempre un piccolo dettaglio!” A volte, abbiamo tutto ben organizzato. I nostri schemi pastorali sono favolosi, i nostri piani sono ben fatti. Tutto è perfetto... ma si dimentica “il piccolo dettaglio...”
Nel 1985, affrontavamo questo tema con un gruppo di missionari del Giappone. Uno di loro commentò: “Questo è il punto centrale per evangelizzare questi paesi. Se non presentiamo loro prima di tutto il kerigma, siamo condannati a lavorare per un frutto minimo”. Allora il vescovo emerito di Fukuoka riconobbe: “Abbiamo costruito molto attentamente le nostre strutture, ma a volte si è dimenticato di presentare Gesù”. La catechesi, per portare un frutto abbondante, deve essere al suo posto: sempre dopo l’annuncio kerigmatico. Perché la vita cresca, bisogna prima che ci sia stata la nascita.
Si nasce alla Vita Nuova per la risposta di fede e la conversione al messaggio di salvezza. La catechesi non comprende né tantomeno supplisce il kerigma. Lo suppone. Fare una catechesi senza aver prima trasmesso il kerigma, è dimenticare “il piccolo dettaglio”. L’informazione della catechesi non basta, è necessario che lo Spirito Santo plasmi in noi l’immagine del Cristo.
Purtroppo, nella formazione di un cristiano, si dimentica a volte “il piccolo dettaglio” che è diventato la pietra angolare della vita cristiana. Nella Chiesa Cattolica, abbiamo la ricchezza del deposito della fede, l’insegnamento degli apostoli, il magistero della Chiesa, la vita sacramentale, ecc., ma tutto questo ha una base: la persona di Gesù che è morto e risuscitato. È la pietra angolare sulla quale si edifica tutta l’opera. Se non costruiamo su questa roccia inamovibile, la minima tempesta o una raffica di vento metterà l’edificio a terra e la sua rovina sarà grande.
3 - Nuova nella sua espressione
Per capire questo, dobbiamo tenere gli occhi fissi su Gesù, il primo e il più grande degli evangelizzatori, per renderci conto di come Egli stesso trasmettesse la Buona Novella della salvezza. Gesù presentava il Vangelo in maniera molto semplice. San Matteo riassume meravigliosamente l’attività di Gesù-Cristo in un testo molto bello: Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, proclamando la Buona Novella del Regno e guarendo ogni malattia e ogni languore tra il popolo (Mt 4, 23 e 9, 35). L’evangelizzazione di Gesù comprendeva due aspetti fondamentali: l’annuncio della Parola e la guarigione dei malati.
L’annuncio della Parola
Oggi, alcuni pensano che la testimonianza di vita basti e che non sia necessario proclamare la Parola. Tuttavia, non è esistita testimonianza di vita più autentica di quella di Gesù, ed egli annunciava la Parola con tutti i mezzi, percorrendo le città e i villaggi. Evangelii Nuntiandi nel suo paragrafo 22 afferma che sebbene la testimonianza di vita sia il primo modo di proclamare la Buona Novella, questo non basta e deve essere accompagnato dalla Parola di vita. Non c’è vera evangelizzazione se non si annuncia il Nome, la dottrina, la vita, le promesse, il Regno e il mistero di Gesù, Figlio di Dio. Il messaggio è la persona di Gesù.
La guarigione dei malati
Gesù realizzava segni e prodigi che radunavano le folle, e a queste folle insegnava la Parola di salvezza. Ci sono persone che sostengono che il più importante sia proclamare la Parola e che i segni miracolosi non siano necessari. Tuttavia, molti luoghi di preghiera sono vuoti perché non basta ascoltare la Parola; la gente vuole constatarne l’efficacia. Bisogna che ci siano manifestazioni in cui si rivela il trionfo di Gesù Cristo sul peccato, la malattia e la morte.
Quando annunciamo la Parola con segni, le folle si radunano, non soltanto per ascoltare, ma per vedere che la Parola di Gesù si compie. Sono allora più disposte a rispondere al messaggio di salvezza con un atto di adesione alla persona di Gesù Cristo come Salvatore e Signore. Quando predichiamo in questo modo, vediamo cose come quelle riferite in El Diario di Asunción in Paraguay, il 22 aprile 1985, nell’articolo intitolato: “La fede convoca più di quarantamila fedeli”.
È con una potenza di convocazione insolita, dato che non c’è stata alcuna pubblicità per la venuta di questo sacerdote carismatico canadese nel nostro paese, che più di quarantamila persone si sono riunite nello stadio del Club Cerro Porteño
La campagna d’evangelizzazione del Rinnovamento Carismatico attraverso la predicazione del padre Tardif ha prodotto un grande spettacolo di fede in Gesù Cristo. Il luogo, troppo piccolo, non poté contenere la grande folla che voleva partecipare alla cerimonia; molta gente ha dovuto restare fuori. Migliaia di persone hanno seguito la celebrazione sul loro televisore. Si può dire in tutta onestà che il Canale 13 ha battuto il record di ciò che si chiama indice d’ascolto, secondo i commenti fatti in serata.
Attualmente la Chiesa Cattolica esercita una grande attrazione su tutti i fedeli, poiché senza alcuna campagna pubblicitaria, l’intero paese ha beneficiato del messaggio e delle preghiere del sacerdote. Bisogna segnalare inoltre il posto che occupa nell’attualità il Movimento del Rinnovamento Carismatico Cattolico nel paese e nel mondo. In silenzio, non smette di estendere la sua influenza in maniera sorprendente. Questo movimento, all’interno della Chiesa, si incarica di rivivificare la potenza della fede nel mondo cristiano.
I segni accompagnano la proclamazione del kerigma, ma non abbiamo mai visto segni accompagnare le tesi teologiche, sebbene sostengano gli stessi argomenti. Ora che torniamo alla predicazione del kerigma, vediamo questi segni che radunano tanta gente da porre problemi che dovranno pure essere risolti. Quando la Parola è accompagnata da segni, il problema non è sapere come fare perché la gente venga, ma piuttosto come fare con tutti quelli che vengono. Non è curioso quel telegramma che mi è stato inviato il 4 maggio 1986 da Elizabeth, nel New Jersey, USA, che diceva questo: “Grazie di non venire a predicare per il raduno dal 13 al 18 maggio 1986. Non riusciamo a trovare un luogo abbastanza grande per contenere tutta la gente che vuole ascoltare la Parola del Signore. Sinceramente,”
Padre Roberto Trabold
Le guarigioni e i miracoli non sono appendici secondarie dell’evangelizzazione, perché è attraverso di essi che si rivela l’efficacia della Parola proclamata. Un tempo, si diceva che i miracoli servivano a provare la veracità della dottrina. Hanno tuttavia una funzione ancora più importante: mostrano che il Dio che predichiamo agisce veramente. È la salvezza in atto. Così, i segni miracolosi e le guarigioni ci offrono un’occasione meravigliosa di manifestare l’azione di Dio, e non soltanto di parlare di un Dio che nessuno può vedere e che non si può vedere agire.
Durante un congresso ecumenico, un Vescovo del Pakistan ci diceva molto convinto: da più di venticinque anni lavoro in Pakistan. Posso dire che sono la persona che ha convertito più musulmani: circa mille in tutto il mio ministero. Alla fine della mia carriera, mi rendo conto che se non predichiamo ai musulmani il Vangelo con i segni e i prodigi che mostrano che la nostra religione non è un’ideologia, ma una realtà, perdiamo il nostro tempo a esercitare il nostro ministero in mezzo a loro, perché essi hanno una cultura anticristiana, ma non sono l’anticristo.
Dal suo canto, un delegato d’Irlanda aggiunse: prima, l’uomo alzava lo sguardo verso il cielo davanti a ogni problema e a ogni difficoltà. Di fronte a un’epidemia, si faceva una crociata di preghiera. Se non pioveva, la gente organizzava giornate d’intercessione per supplicare Dio d’inviare l’acqua. Oggi, i vaccini non hanno fatto dimenticare Dio. Ma il peggio è che ci si è separati da Lui in altre sfere più trascendenti. A volte si vuole costruire il Regno con semplici tecniche e organizzazione.
Ma se è certo che i musulmani hanno bisogno di questo genere di segni, osso affermare che per il mondo occidentale e sviluppato essi sono ancora più necessari. L’uomo vive a spese delle proprie forze e deve sperimentare che esiste la potenza dell’Alto: la forza dello Spirito Santo. Personalmente, credo che la nuova espressione per predicare il Vangelo debba essere che la Parola sia accompagnata dai segni di potenza. Così predicava Paolo (cfr. 1 Ts 1, 5). I miracoli stessi autenticavano il suo ministero apostolico (cfr. 2 Cor 12, 12).
Come se non potesse esserci un vero apostolo, completo, senza questi segni.
Credo che Gesù non abbia cambiato pastorale ed è per questo che ai nostri giorni Egli continua a manifestarsi con potenza di fronte all’uomo contemporaneo. Gesù non ha cambiato metodo pastorale, poiché quello che ha è efficace. Non ha bisogno di congressi di Pastorale o di settimane di “aggiornamento” o di “riciclaggio” perché il suo metodo funziona ancora e non c’è niente di meglio che possa soppiantarlo. Egli continua a guarire, convoca le folle, la Parola viene annunciata e coloro che si aprono alla fede si convertono.
Il 23 dicembre 1987, il padre Paul Pegeaud di Issia in Costa d’Avorio mi scrive e mi dice: la tournée d’evangelizzazione ha lasciato una profonda traccia nella parrocchia. Mi pento di non avervi invitato più pagani, poiché ogni pagano guarito è diventato catecumeno. Ci sono state guarigioni spettacolari come quella di un bambino gobbo di quattro anni. Era tra le braccia del suo papà, che è medico. Quando cominciò la preghiera per i malati, si mise a sudare abbondantemente. Cadde per terra e si agitava come se si fosse trovato in una pentola d’acqua bollente.
Poi sentì che qualcosa lo tirava per la testa e per le mani e si alzò da solo. Allora disse al suo papà: “Papà, si può dire che sei un buon medico”. Suo padre gli rispose tutto commosso: “Ma non sono io che ti ho guarito. È Gesù di Nazareth...” Quando tornò a casa, il papà cercò di prendere un po’ di liquore perché gli piaceva molto, ma la sua bocca lo rigettò e fu così liberato dall’alcolismo. Abbiamo altri casi molto belli di riconciliazione familiare e di perdono.
Avevamo predicato molto spesso che Gesù è risuscitato e dà la vita, ma ora abbiamo numerosi testimoni che lo confermano.
Avevamo letto e predicato molto spesso le guarigioni di cui parla il Vangelo, ma ora le hanno viste con i loro stessi occhi. Il Vangelo ha ritrovato una nuova valore per i cristiani e non smette di stupire i pagani. Ci sono coloro che criticano le esagerazioni del ministero di guarigione. Anch’io lo faccio, perché a volte esistono. Ma coloro che segnalano gli estremi dovrebbero anche parlare di quelli che esagerano per difetto, cioè coloro che non tengono mai in conto questo aspetto evangelico. Per me quest’ultima esagerazione è più pericolosa, perché ci conduce a dimenticare che la potenza di Dio manifesta la salvezza all’uomo d’oggi.
A volte, se si è miopi, si pensa che la guarigione sia tutto e non se ne scopre il valore. Non si percepisce la portata di un tale segno: la guarigione suscita una reazione a catena nei diversi ambiti della vita della persona e di coloro che la circondano, come si vede nel caso che segue: a Santiago de los Caballeros, nella Repubblica Dominicana, nell’autunno 1987 è intervenuta una guarigione molto grande. Oscar Lama aveva avuto un incidente d’auto, in seguito al quale era rimasto in coma per due mesi. Fu trasferito in un ospedale noto a Pittsburgh negli Stati Uniti, dove passò diverse settimane.
Là, quando si constatò che non c’era più nulla da fare — gli avevano tolto una parte dell’encefalo — lo rimandarono a casa. Se fosse riuscito a uscire dal coma, avrebbe condotto una vita vegetativa, senza alcuna caratteristica umana. Durante una Messa di guarigione alla Cattedrale di Valverde, il suo papà ci chiese di venire a casa sua a pregare per suo figlio. Ci siamo andati, il parroco della Cattedrale e io. Abbiamo pregato il Signore di guarirlo per circa cinque-otto minuti.
Era impressionante vedere quell’essere umano totalmente immobile, che non reagiva ad alcuno stimolo né aveva il minimo movimento proprio. Il giorno dopo, al mattino, Oscar chiamò i suoi genitori. Fu per loro una grande emozione sentirlo parlare. Nel corso della settimana, guardava i programmi sportivi in televisione e si ricordava il nome di tutti i giocatori rinomati che conosceva. La memoria gli tornò così come le altre facoltà mentali. Più tardi, si alzò e grazie a una intensa terapia e all’esercizio, si rimise a camminare.
Oggi Oscar Lama ha un lavoro professionale del tutto normale. Questa guarigione è stata per l’intera famiglia un appello alla fede; incluso uno dei suoi migliori amici che lo visitava regolarmente, venne a confessarsi da me. Quando Oscar tornò in chiesa, il suo amico fece la sua prima comunione accanto a lui. Tutta la famiglia fu toccata spiritualmente attraverso questa guarigione. Era accaduta la stessa cosa che alle Nozze di Cana dove san Giovanni dice: Gesù manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui (Gv 2, 11). Questo segno risvegliò la fede in coloro che lo circondavano.
La guarigione era diventata strumento d’evangelizzazione.
4 - Nuovi modi di evangelizzare
Dobbiamo cercare nuovi modi di predicare il Vangelo. Ciò che abbiamo fatto fino ad oggi non basta. Bisogna predicare negli stadi, impiegare mezzi ancora poco usati dai cattolici, come la radio e la stampa. L’immaginazione deve condurci a cercare nuove espressioni del Vangelo attraverso la musica, l’arte, la cultura. Non possiamo più attendere che la gente venga in chiesa. Dobbiamo uscire. Gesù ha detto: “Andate e proclamate”. Non ha detto: “Aspettate che gli altri vengano a voi”. Gli stadi, le piazze, i centri commerciali e ogni riunione sociale possono essere centri d’evangelizzazione. La nostra comunità “I Servitori del Cristo Vivente” evangelizza attraverso la televisione. Sebbene sia un ministero molto costoso e non abbiamo i mezzi necessari, facciamo passi nella fede.
Nello stesso modo in cui Mosè non ha atteso di avere l’oro sufficiente per comprare gli alimenti necessari per la sua traversata del deserto, ma ha fatto un passo nella fede, così noi ci siamo lanciati. Oro e argento, non ne abbiamo, ma ciò che abbiamo lo diamo: Gesù, con il vantaggio che è il solo di cui la gente abbia bisogno. Possiamo contare sul migliore artista del mondo: colui che ha fatto della sua vita e della sua morte un’opera d’arte. Questo ci basta. Se mettiamo il poco che abbiamo, credete che il Signore verrà a mancarci?
Il nostro programma è cominciato su una rete locale; ora è trasmesso a livello nazionale ogni giorno. Abbiamo persino ricevuto testimonianze di ogni genere. Una donna si trovava nella sua cucina, a casa sua, e guardava il programma d’evangelizzazione in televisione. Al momento della preghiera per i malati, si mise in ginocchio e pregò per il bambino che desiderava avere da dieci anni che era sposata. In quel momento, sentì un’emozione molto forte e un calore che la invadeva. Il Signore la guarì dal problema che causava la sua sterilità.
Poco tempo dopo, la coppia aspettava un bambino che nacque nelle migliori condizioni e che fu battezzato con il nome di Emanuele. Quando abbiamo sentito parlare di questo caso, li abbiamo invitati in televisione. Mentre dava la sua testimonianza, la camera era fissa sul volto del piccolo, tra le braccia di suo padre. Fu davvero una bellissima testimonianza.
Bisogna servirsi di tutti i mezzi per evangelizzare. Ho sentito parlare di una persona a Santiago de los Caballeros che è stata guarita dal Signore ascoltando su cassetta la preghiera per i malati. Attraverso questo mezzo, si possono toccare le persone che non sanno leggere, o quelle che semplicemente non amano leggere. Anche il telefono è un mezzo d’evangelizzazione. Abbiamo alla Casa dell’Annunciazione un servizio d’ascolto telefonico per tutta la giornata per ricevere le chiamate di persone in difficoltà, alcune disperate e persino sull’orlo del suicidio. Per mezzo del telefono li evangelizziamo e preghiamo per loro; abbiamo risultati meravigliosi.
Ecco una lettera che ho ricevuto:
21 febbraio 1983
Reverendo padre,
Non so come ringraziare Dio per la guarigione di mia figlia Maria Guadalupe. Nel corso dell’anno 1978, lei è venuto a Guadalajara per un ritiro di sacerdoti. Poiché mi era impossibile incontrarla, mi ero informata del suo alloggio e le avevo lasciato un messaggio, chiedendole di pregare per mia figlia: aveva un tumore in entrambi i seni e i medici avevano deciso di asportarlo.
Aveva cominciato il suo trattamento ormonale da appena quattro giorni quando appresi che lei era qui e mi feci coraggio, come la donna emorroissa, a chiederle, se le restasse un po’ di tempo, di incontrarci e pregare per mia figlia. Lei è stato così gentile da farlo. Quando mia figlia parlò con lei, piangeva di gioia. Non passò una settimana prima che ci rendessimo conto che non aveva più alcun tumore. Sono cinque anni da allora, e non ha mai più avuto alcun problema. Fin dall’inizio, abbiamo reso grazie a Dio per lei.
Che Dio la benedica per questo grande aiuto che ci ha portato, senza curarsi della stanchezza che di sicuro avrebbe sentito con tutto quel lavoro. Dio è così grande che ha approfittato di questa chiamata per riempirci tutti di gioia.
Ma Dolores S. de Reyes
Il seguente servizio viene da una donna che un giorno mi telefonò dalla Spagna alla Repubblica Dominicana: all’inizio dell’anno 1982, dopo averla cercata in tutti gli angoli, sono riuscita a raggiungerla al telefono. Dopo alcuni istanti d’attesa, mi ha risposto dall’altra parte dell’Atlantico. Le ho presentato il mio dolore per la malattia di mio marito e lei non mi ha detto che avrebbe pregato per lui, ha subito fatto al telefono una piccola preghiera per lui. Vengo a dirle che mio marito ora è perfettamente guarito dal suo male, e mi rendo conto che con il Signore le distanze non contano.
Il Signore si è manifestato anche attraverso le lettere. Poiché ricevo molta posta che chiede preghiere e non ho il tempo di leggere tutto, una religiosa si incarica di rispondere, assicurando che il prossimo primo venerdì offrirò l’Eucaristia per coloro che hanno chiesto la preghiera. È così che qualche mese fa ho ricevuto una lettera dal Brasile in cui una donna mi diceva: Caro padre Emiliano, è già da qualche tempo, le avevo scritto per raccontarle il mio dolore e la mia sofferenza.
Ho avuto la grande gioia di ricevere la sua lettera, in cui mi prometteva la sua preghiera nel corso dell’Eucaristia del primo venerdì. Padre, voglio dirle che è proprio quel giorno che sono stata guarita dai miei mali. Che Dio la benedica nel suo ministero. Non avevo potuto leggere quella lettera, ma il Signore, lui, l’aveva letta e si era occupato di quella donna.
La nuova espressione non sono i metodi né gli strumenti che usiamo nell’evangelizzazione, ma contare sulla potenza dello Spirito Santo e servirsi di ogni strumento a nostra portata per annunciare la Buona Novella.
5 - La Nuova Evangelizzazione è integrale
Tutto il Vangelo per tutto l’uomo e per tutti gli uomini. Tutto il Vangelo
Il Vangelo è Gesù. Non ce n’è un altro. Ma non dobbiamo dimenticare il mistero del suo Corpo. Gesù forma un corpo con la sua Chiesa; è per questo che non si può evangelizzare integralmente se riduciamo il Vangelo alla sola presentazione della persona di Gesù e dimentichiamo il suo corpo che è la Chiesa. Egli ha esteso la sua missione ai suoi: “Come il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi” (Gv 20, 21). Da allora, la salvezza di Gesù si fa presente ed effettiva attraverso il ministero della Chiesa. È per questo che separare il corpo dalla testa è tradire il Vangelo. Omettere l’aspetto ecclesiale sarebbe separare la coppia Cristo-Chiesa.
Quando uno scriba interrogò Gesù sul primo comandamento, egli gli rispose: “Il primo comandamento è amare Dio, ma il secondo è amare il prossimo”. I due sono inseparabili. Da allora, la relazione con Dio implica una relazione con gli altri membri del Corpo. D’altro canto, il Vangelo completo include anche i segni di potenza che mostrano che il Regno è in mezzo a noi. Non possiamo omettere i carismi senza mutilare il Vangelo.
Un giorno, un Vescovo mi invitò a predicare un ritiro sacerdotale in Canada, ma a condizione che non si pregasse per la guarigione fisica e che non si affrontasse il tema dei carismi, in particolare la guarigione. Gli suggerii di invitare un altro predicatore che non parlasse del ministero di guarigione, perché non potevo non parlare di ciò che avevo visto e sentito. Allora il Vescovo mi rispose: “Venga e predichi il Vangelo completo”.
Nella mia prima conferenza, presi il testo dove san Matteo riassume la pedagogia evangelizzatrice di Gesù: Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, proclamando la Buona Novella del Regno e guarendo ogni malattia e ogni languore tra il popolo (Mt 4, 23). Aggiunsi poi: “Gesù non ha cambiato metodo. Non possiamo inventare un metodo migliore del suo. Sopprimere un elemento del Vangelo è credere che i nostri metodi siano migliori di quelli di Gesù. Sopprimere le guarigioni è un tradimento del Vangelo”.
Per tutto l’uomo
Il Vangelo non deve soltanto raggiungere la trasformazione del cuore, ma anche tutto ciò che riguarda la persona umana. L’uomo è corpo, anima e spirito; di conseguenza, la salvezza deve estendersi all’essere umano nel suo insieme. Gesù non è venuto a salvare delle anime, ma delle persone che sono corpo e anima. Nella mia stessa esperienza, ho potuto notare che Dio segue due strade: - Quella del paralitico: dapprima gli perdona i peccati, poi guarisce il suo corpo (cfr. Mc 2, 9-12). Quella del cieco nato: comincia col guarirlo e poi lo trasforma interiormente (Gv 9).
Il piano di Dio è di toccare l’uomo tutto intero. Di conseguenza, l’evangelizzazione deve essere salvifica in tutti gli aspetti della vita umana: raggiungere tutto l’uomo: liberazione dal peccato, dall’ignoranza e dalla morte. Ma deve anche soddisfare le necessità fondamentali di ogni uomo: cibo, vestito, salute, e un alloggio dignitoso come figli di Dio.
Per tutti gli uomini
L’evangelizzazione che è salvifica deve essere anche liberatrice: raggiungere tutte le strutture umane: la vita politica, economica e sociale.
Trasformare le strutture ingiuste e disumane.
Influenzare le culture, impregnandole dei criteri e dei valori del Vangelo.
Dio ha voluto liberarci e salvarci non come individui isolati, senza alcun legame tra noi, ma ha formato un popolo.
Il Vangelo deve quindi trasformare le relazioni degli individui e dei popoli, instaurando la civiltà dell’amore: dei cieli nuovi e una terra nuova.
Il potere del Vangelo è al massimo quando, avendo trasformato gli individui, questi sono capaci “di raggiungere e come di sconvolgere con la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti d’interesse, le linee di pensiero, le fonti d’ispirazione e i modelli di vita dell’umanità”.
Ciò che può riassumere meglio che cosa significhi questa Nuova Evangelizzazione integrale è questo: alcuni anni fa, mi sono trovato nella diocesi di Mons. Carlos Talavera, dove predicavo un ritiro di fine settimana. C’erano più di ventimila persone desiderose di ascoltare la Parola di salvezza e di vedere la sua efficacia. Dopo che abbiamo predicato la Parola di vita e il Signore ha guarito numerosi malati, il Vescovo disse a quell’immensa folla: “Evangelizzare non è soltanto parlare di Gesù-Cristo, ma permettergli di agire perché Egli possa spargere la sua salvezza in questo mondo.
Evangelizzare è seminare l’attività salvifica di Gesù. Non basta più al mondo che noi parliamo di Gesù, ha bisogno di vederlo agire. Altrimenti, non crederà più in lui. Se da un lato il mondo non si accontenta di parole e vuole i fatti, dall’altro la nostra testimonianza personale non basta: la salvezza di Gesù-Cristo deve farsi effettiva in tutti gli ambiti della vita umana.
Siamo chiamati a cambiare i centri d’interesse, i modelli di vita e i valori che determinano la condotta degli uomini. Allora sì, il mondo può rendersi conto che il Regno è arrivato, e che Gesù è realmente il Messia che è venuto a portare un nuovo stile di vita tra gli uomini, i gruppi, le nazioni. Evangelizzare è lasciare seminata l’attività salvifica di Gesù-Cristo, perché con la forza del seme che cresce da solo sia fecondata la realtà umana perché si compia il disegno di Dio in questo mondo.
Evangelizzare è salvare tutti coloro che si trovano presi negli artigli di Satana, sia con l’esoterismo e l’occultismo, sia con un contatto di ogni genere con i guaritori e lo spiritismo. Senza parlare del culto satanico che si estende sempre di più. È evidente che l’arma principale del nemico è la menzogna; ci inganna facendoci credere che egli sia solo in questo genere di cose. Ma è anche nel consumo smodato, nella cupidigia, nell’ingiustizia, nella corsa agli armamenti, nella pornografia, nell’aborto e in ogni forma di corruzione e d’ambizione smisurata.
Il nemico ha mille vie traverse per ingannarci: oggi ci sono sistemi che sono sotto il potere di Satana. Il nazismo lo fu. Ma certe forme di capitalismo, di socialismo e di regimi totalitari, come la Sicurezza Nazionale portata all’estremo dove si violano i diritti della persona umana, fatta a immagine e somiglianza di Dio, sono anch’esse antievangeliche. Il Vangelo non è un’evasione dalla realtà, ma un fermento che trasforma la nostra vita economica, politica, sociale, commerciale ed ecclesiale... Allora sì, potremo affermare che il Regno è arrivato ed è ciò che determina la vita della società.
6 - La Nuova Evangelizzazione, opera dello Spirito Santo
L’evangelizzazione è un’opera eminentemente divina poiché si tratta di instaurare il Regno di Dio in questo mondo, mentre d’altro canto la vita divina è generata nel cuore degli uomini. E questo è possibile soltanto con il concorso dell’azione dello Spirito Santo. Il ruolo dello Spirito Santo è indispensabile, tanto nell’evangelizzatore quanto nell’evangelizzato.
Nell’evangelizzatore
Lo unge della sua potenza, perché la Parola annunciata possa raggiungere i cuori di coloro che l’ascoltano come una Parola efficace, capace di convertire. Non sono né la nostra retorica, né i doni oratori, né la facilità di parola a convincere le persone. Lo Spirito Santo può naturalmente servirsi di tutto questo, ma in definitiva l’agente principale dell’evangelizzazione è lui. L’evangelizzazione semina la vita divina ed è un’azione propria dello Spirito Santo. Egli ha certamente bisogno della nostra collaborazione, ma senza lo Spirito Santo il nostro sforzo e la nostra buona volontà non potrebbero trasformare il mondo né il cuore delle persone. Se il Signore non edifica la casa, invano si affaticano i costruttori (Sal 127, 1).
Paolo, Apollo o qualsiasi altro evangelizzatore non sono che strumenti, ma il solo che fa crescere il seme è Dio. Non siamo capaci di convertire nessuno. Questo è l’opera propria dello Spirito Santo. Un giorno, un predicatore noto, molto impetuoso, predicava un ritiro di Quaresima in un tempio stracolmo di gente. Era molto commosso e faceva grandi gesti, usando belle figure letterarie e citando grandi pensatori del cristianesimo. Alla fine della sua predicazione, entrò in sacrestia per riposarsi un po’.
Si sedette su una poltrona comoda e slacciò il collarino romano. Come se avesse combattuto una grande battaglia, si rilassò e stirò le gambe. Molto presto, una vecchia donna entrò all’improvviso e gli disse: “Padre, sono pronta a cambiare vita. Rimetto la mia vita nelle mani del Signore Gesù”.
Il sacerdote, con aria soddisfatta, constatando immediatamente i frutti della sua eloquente predicazione, le chiese: “E qual è la frase del mio sermone che ti ha convinta a convertirti?” Essa gli rispose in tutta franchezza: “No, padre, non è nulla di ciò che ha detto, ma quando in mezzo a tanto caldo ha tirato fuori il suo fazzoletto bianco, ho riflettuto e mi sono detta: Maddalena, e la tua anima che è così nera...
E quando si è soffiato il naso, ha fatto un tale rumore nel microfono che mi ha fatto pensare alle trombe del giudizio universale e allora ho deciso di confessarmi subito...”
A volte, il Signore si serve delle “trombe del giudizio universale” per toccare un cuore. Le sue vie sono sempre originali. Si serve di ogni circostanza e di ogni dettaglio.
Nell’evangelizzato
Il Signore bussa alla porta dei cuori e dà nello stesso tempo la grazia perché possano aprirsi: quando Paolo predicava a Filippi, c’era una donna di nome Lidia che ascoltava con grande attenzione. Ma san Luca dichiara che il Signore le aprì il cuore, di modo che si attaccò alle parole di Paolo (At 16, 14). Dio dà la grazia per rispondere alla sua chiamata. La forza del Rinnovamento Carismatico s’inradica nell’esperienza della potenza dello Spirito Santo. Sappiamo che l’opera di Dio non dipende dalle nostre forze né dalle nostre capacità, ma non si ferma nemmeno ai nostri limiti o difetti. Dio è ancora più grande di tutte le nostre miserie.
La Nuova Evangelizzazione è efficace quando è animata dal vento violento della Pentecoste. È la pietra angolare di un’evangelizzazione efficace. Il segreto del successo di Pietro quando convertì tremila persone in quella mattina gloriosa risiede nel fatto che era appena sceso dal Cenacolo, colmo della pienezza dello Spirito Santo e dei suoi carismi. È per questo che il Papa Paolo VI afferma: “Le tecniche d’evangelizzazione sono buone, ma le più perfezionate non saprebbero sostituire l’azione discreta dello Spirito”. 1. Il kerigma o evangelizzazione fondamentale culmina con un’esperienza della potenza dello Spirito Santo. La nuova nascita è opera dello Spirito Santo. È per questo che senza di lui non può esserci evangelizzazione completa. Abbiamo preteso di convincere con la verità invece di lasciar fare allo Spirito Santo. 1. Evangelii Nuntiandi, § 75.
7 - Nuovi evangelizzatori per una Nuova Evangelizzazione
Abbiamo certamente bisogno di una Nuova Evangelizzazione nella linea indicata precedentemente. Ma non può esserci Nuova Evangelizzazione senza nuovi evangelizzatori che trasmettano ciò che hanno sperimentato. D. Dino diceva alla messa di chiusura del Raduno Nazionale del Rinnovamento Italiano a Rimini, davanti a quarantamila persone: “Andate e proclamate che Cristo è vivo”. “In questa Eucaristia che conclude il nostro Raduno, mentre innalziamo il nostro inno di ringraziamento verso il Padre, per tutto ciò che abbiamo visto con i nostri occhi, per ciò che abbiamo contemplato e per ciò che le nostre mani hanno toccato, non ci resta più, come agli apostoli, che annunciare al mondo con forza questa meravigliosa esperienza, raccontando ciò che il Cristo risuscitato ha fatto per noi.
Dal giorno in cui davanti al sepolcro vuoto, Maria di Magdala piangeva perché le avevano portato via il suo Gesù, è risuonato il messaggio dell’Angelo: perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui! È risuscitato! Come gli apostoli in primo luogo e poi tutti i cristiani, fino a noi, dobbiamo accogliere questo messaggio per viverlo e poi proclamarlo a tutti: Cristo è vivo oggi come ieri e per sempre! Colui che era morto sulla croce ha lasciato il sepolcro ed è vivo.
Dal buio di quel sepolcro sgorga una luce brillante che illumina tutti gli uomini per dar nascita a una nuova creazione. Se Gesù non si trova nel sepolcro vuoto di Gerusalemme, di sicuro si trova in tutte le parti del mondo. Gesù non ha invitato i suoi apostoli a trasmettere teorie o idee astratte, ma a testimoniare ciò che avevano visto e sentito. L’evangelizzazione deve partire da coloro che hanno avuto un’esperienza personale con Cristo risuscitato.
Purtroppo, sembra che siamo sempre stati più preoccupati d’insegnare la dottrina che di comunicare la vita. Per crescere nella vita di Dio, bisogna prima essere pieni della potenza dello Spirito Santo. L’abbiamo sottolineato fortemente in questi giorni. Un evangelizzatore, prima di tutto, è un testimone che ha un’esperienza personale della morte e della risurrezione di Cristo Gesù, e trasmette agli altri, più che una dottrina, una persona viva che offre la vita in abbondanza. È soltanto dopo, e sempre dopo, che si deve fare una catechesi e insegnare la morale.
A volte facciamo tutti i nostri sforzi perché la gente osservi i comandamenti. Non dobbiamo dimenticare che la Legge è stata data dopo la Teofania del Sinai. Di conseguenza, nessuno può essere messaggero autentico del Vangelo se non ha fatto egli stesso l’esperienza della vita nuova data da Gesù-Cristo. Quando diventiamo testimoni di ciò che Gesù ha fatto, allora tutto cambia. Il nostro annuncio, la nostra evangelizzazione, è rapidamente accompagnata dai segni e dai prodigi che il Signore ha promesso.
Un annuncio, una predicazione, non deve essere un modo di parlare bene di Gesù, ma di collaborare e di lasciarlo servire di noi come strumento nella sua mano perché Egli possa agire con la potenza del suo Spirito; questo vuol dire che dobbiamo annunciare a tutti il suo amore misericordioso, che dobbiamo far sapere che Gesù ama ciascuno indistintamente, come testimoni convinti. Qualcuno ha detto in questi tempi: stiamo rivivendo ciò che è accaduto duemila anni fa; sì, i doni dello Spirito non sono storia antica. “Il mondo d’oggi, stanco di seguire i maestri, si lascia condurre dai testimoni”, diceva Paolo VI. Testimoni che hanno vissuto l’esperienza della vita nuova portata da Gesù-Cristo, nell’incontro personale con il Risorto.
Cari fratelli, se vogliamo essere veri evangelizzatori, non ci resta che ripetere con gli apostoli: “Noi, quanto a noi, non possiamo non pubblicare ciò che abbiamo visto e sentito” (At 4, 20). Ciò che abbiamo sentito e ciò che abbiamo visto ci provoca. L’evangelizzatore, se non è un testimone che ha avuto il suo incontro personale con Cristo risuscitato, diventa un propagandista di teorie astratte.
Deve aver sperimentato nella propria carne la salvezza, per poter assicurare agli altri: “Ciò che è accaduto a me può accadere anche a te”. È logico che la Nuova Evangelizzazione non possa compiersi senza un nuovo tipo di evangelizzatori. I discepoli di Gesù erano già partiti a evangelizzare e tuttavia Gesù insisté sul fatto che avevano bisogno di qualcosa che non avevano ancora: “Riceverete una forza, quella dello Spirito Santo, e sarete i miei testimoni... fino agli estremi confini della terra” (At 1, 8). Anche noi abbiamo bisogno di essere rinnovati dallo Spirito di Gesù.
Ciò che mostra la differenza tra un evangelizzatore e un nuovo evangelizzatore è la Pentecoste. Solo lo Spirito Santo fa di noi testimoni della risurrezione di Cristo Gesù. Colui che non ha avuto la sua esperienza personale della Pentecoste non può evangelizzare con forza, perché nessuno può toccare i cuori se non lo Spirito Santo, che ci fa proclamare che Gesù è Signore e Salvatore. Il nuovo evangelizzatore non si accontenta della scienza, né del servizio, né della proclamazione. C’è qualcosa di più profondo di tutto questo. Tre persone sembrano esemplari, tuttavia mancava loro “il piccolo dettaglio”.
Nicodemo
Nicodemo era un saggio, maestro in Israele, che conosceva la Legge e che tutti consultavano per le questioni più difficili. Tuttavia, nonostante la sua scienza, i suoi titoli e la sua reputazione, gli mancava un piccolo dettaglio fondamentale: nascere di nuovo. Non basta conoscere le cose con la testa. Bisogna conoscerle per esperienza. Si può essere esperti delle cose del Signore, avere titoli in scienze religiose e persino essere laureati in teologia in una Università rinomata, questo non basta. Non è male, ma può accadere ciò che era accaduto al sacerdote della processione, che aveva organizzato tutto perfettamente, ma aveva dimenticato il piccolo dettaglio. Colui che è nato di nuovo comunica la vita nuova; altrimenti, ciò si riduce alla teoria o alla pura dottrina disincarnata.
Samuele
La madre Anna lo consacrò al Signore appena fu svezzato. Il canto dei Salmi fu la prima musica che sentì e le cerimonie liturgiche furono il quadro della sua infanzia. È per questo che non è sorprendente trovarlo fin dalla giovinezza nel Tempio, rendendo servizi accanto al Sacerdote Eli. La Scrittura afferma che Samuele serviva il Signore nel Santuario (1 Sam 3, 1). Tuttavia, ci viene detto sei versetti più avanti che Samuele non conosceva ancora il Signore.
Cioè, sebbene fosse stato consacrato da sua madre, nonostante tutte quelle ore di servizio e di consacrazione alle cose del Signore, non conosceva nemmeno la persona che serviva. Purtroppo, possiamo essere consacrati al servizio della Casa del Signore, ma senza conoscere il Signore. Si può lavorare per ore nella vigna del Signore, senza conoscere il Vignaiolo, né essere innamorati dell’erede. Possiamo essere alle cose del Signore, senza tuttavia essere al Signore delle cose.
Ma appena Samuele si mise ad ascoltare, non soltanto la Parola del Signore, ma il Signore che gli parlava, divenne profeta.
Cioè, possiamo compiere un servizio (incluso il ministero della Parola) come semplici salariati, professionisti dell’ufficio, ma quando abbiamo avuto un incontro personale con il Signore, allora diventiamo profeti.
Cleofa
Gesù riuscì a far rinascere le speranze di liberazione d’Israele. Come figlio legittimo di Davide, nutrì l’attesa della restaurazione del Regno d’Israele. Tuttavia, tutto svanì in tre giorni. I sommi sacerdoti e gli scribi lo arrestarono all’improvviso, lo condannarono e lo giustiziarono per evitare il pericolo che minacciava le strutture esistenti. Così la festa della Pasqua si vide schizzata del sangue di un altro agnello innocente che si sparse sul monte del Calvario. In tutti coloro che lo avevano seguito, l’appello della restaurazione nazionale si spense rapidamente. Non c’era più nulla da fare.
Gli uni si nascosero, gli altri si dispersero e molti furono quelli che disertarono, negando la loro relazione con il crocifisso. Così moriva un altro di quei sogni di liberazione e di giustizia del popolo d’Israele. Il primo giorno della settimana, due discepoli uscirono dalla città fortificata di Davide per percorrere il cammino arido della delusione, mentre il sole agonizzava, lasciando il mondo intero in lutto.
Conversavano tra loro, tristi e col volto cupo, di tutto ciò che era accaduto a Gesù di Nazareth; ricordavano i suoi miracoli e le sue guarigioni: aveva fatto tutto bene, senza ferire né addolorare nessuno. Ammiravano la sua grande potenza e riconoscevano che c’era una potenza di Dio in lui... ma tutto era ben finito e la loro speranza era completamente sparita. Rapidamente, e sullo stesso cammino, un pellegrino si unì ai due discepoli. Aveva un bastone da viaggio in mano, sandali di cuoio e una tunica bianca leggera.
Si avvicinò e, vedendo l’angoscia dei viaggiatori, disse loro: “Di che cosa parlavate?” Stupiti di tanta ignoranza, si fermarono, col volto cupo, perché egli toccava una piaga che non era ancora cicatrizzata. Allora gli dissero: “Sei l’unico abitante della città a non sapere che cosa vi sia accaduto? In quale sepolcro eri nascosto per tre giorni, per non renderti conto della notizia che ha sconvolto le viscere della terra e oscurato la luce del sole? Non sai nulla di ciò di cui parla tutta Gerusalemme e che il mondo commenterà per molti anni?
Il viaggiatore misterioso, alzando le spalle, rispose con aria stupita: “Quali cose?” Questa domanda rinfrescò la memoria di Cleofa, che si mise immediatamente a raccontargli tutto ciò che sapeva su Gesù: i miracoli, le guarigioni e la sua missione profetica. Con aria triste, aggiunse: “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele, ma... le nostre autorità lo hanno condannato a morte e lo hanno appeso alla croce; e sono già tre giorni che queste cose sono accadute... Cleofa aveva sentito le grida della folla che chiedeva la condanna del Re dei giudei.
Era presente alla processione verso il Calvario e da un luogo riparato era stato testimone del suo ultimo respiro. Aveva visto come si era fatta rotolare la pietra per sigillare il sepolcro. È per questo che parlava con autorità di tutti questi dettagli. Poi, senza convinzione e a disagio, aggiunse: “...è accaduto che stamattina alcune donne che sono dei nostri si sono recate al sepolcro e ci hanno stupito dicendoci che non avevano trovato il suo corpo, ma che avevano avuto la visione di angeli che lo dicono vivo...
Tuttavia, per assicurarci di tutto questo, alcuni dei nostri sono andati alla tomba: la pietra era rimossa, ma non hanno visto gli angeli...” Cleofa aveva parlato con sicurezza di tutto ciò che si riferiva alla vita e alla morte del Maestro, ma quando si è trattato della risurrezione, si accontentò di ripetere ciò che le donne avevano detto che gli angeli avevano detto. Non aveva l’esperienza personale che Gesù fosse vivo, ed è per questo che doveva raccontare ciò che altri dicevano che altri avevano detto.
Colui che non ha avuto l’esperienza del Cristo risuscitato dovrà sempre ripetere ciò che gli altri hanno detto o scritto a questo proposito, perché non ha nulla da dire da sé. Se ci rendiamo bene conto, il discorso di Cleofa contiene lo stesso messaggio di quello di Pietro il giorno della Pentecoste, ma con le seguenti differenze: - Pietro annuncia una Buona Novella, mentre Cleofa non fa che trasmettere una notizia. Cleofa si riferisce alla morte e alla risurrezione con aria triste. Il suo racconto degli avvenimenti è avvolto di delusione. La sua gioia era rimasta sepolta nella tomba del crocifisso.
Pietro trasmette una testimonianza di ciò che ha egli stesso sperimentato, mentre Cleofa ripete semplicemente a memoria ciò che gli altri gli hanno riferito che altri avevano detto. - La Pentecoste è la testimonianza dello Spirito. Sul cammino di Emmaus, Cleofa non fa che ripetere la testimonianza delle donne. Pietro è convinto di ciò di cui parla. Cleofa non fa che ripetere.
- E tutto ciò per una grande differenza di fondo: Cleofa era il reporter di ciò che i suoi corrispondenti gli avevano trasmesso a proposito della risurrezione, mentre Pietro testimonia ciò che lui stesso ha sperimentato. Conviene quindi che ci chiediamo se siamo semplici reporter o veri evangelizzatori. Un reporter informa ma non converte nessuno, mentre una testimonianza ha forza di convinzione. Cleofa proclama notizie, ma non il Vangelo. Non basta conoscere tecnicamente le verità e i fatti che si proclamano.
Bisogna nello stesso tempo essere un testimone che evangelizza con una gioia contagiosa, una speranza ferma e una sicurezza personale. È per questo che il risultato è evidente: il discorso di un testimone, unto della potenza dello Spirito Santo, converte tremila anime. Mentre con tremila discorsi come quello di Cleofa il reporter non si converte nessuno. In sintesi, non basta essere né dei saggi come Nicodemo, né degli operai nella vigna come Samuele o dei predicatori come Cleofa. Bisogna fare un incontro personale con Gesù risuscitato.
È il piccolo dettaglio fondamentale che fa di noi nuovi evangelizzatori. La Nuova Evangelizzazione non potrà essere portata a termine se non da nuovi evangelizzatori che sono stati rinnovati dallo Spirito di Dio e unti dalla sua potenza, e che sono testimoni che Gesù è vivo.
8 - Nuova strategia
La Nuova Evangelizzazione richiede una nuova strategia. L’unico modo di comunicare tutto il Vangelo a tutto l’uomo e a tutti gli uomini, è che lavoriamo come corpo del Cristo. L’unità di tutti i membri del Corpo del Cristo è imperativa per poter evangelizzare efficacemente. Nel corso dell’ultima cena, Gesù ha interceduto nella preghiera sacerdotale: “Padre, che siano una cosa sola perché il mondo creda” (Gv 17, 21). Da questo testo, possiamo renderci conto che l’unità torna direttamente a profitto dell’evangelizzazione. Mentre se ciascuno lavora da solo o ai margini degli altri, sarà come un membro staccato dal corpo, che perde tutta la sua forza e tutta la sua efficacia.
L’unità dei diversi Movimenti della Chiesa deve essere un imperativo al di là del prestigio o del riconoscimento del nostro movimento. Ciò che deve interessarci al di sopra di tutto è che il Vangelo raggiunga tutti gli uomini e tutte le strutture umane. Se non rinunciamo al nostro particolarismo, che è una forma d’egoismo, non avremo alcuna efficacia nell’evangelizzazione.
San Luca racconta un episodio che illustra meravigliosamente il frutto dell’unità (cfr. Lc 5, 1-7): dopo che Simon Pietro ebbe passato tutta la notte a pescare senza prendere nulla ed ebbe sperimentato il gusto amaro del fallimento, si ritirò in riva all’acqua per lavare le sue reti. Ma Gesù salì nella sua barca e la condusse nelle acque profonde. Dobbiamo andare molto più in profondità di dove oggi siamo arrivati. Mentre se non andiamo in acque profonde o, scoraggiati, laviamo le nostre reti, non riusciremo mai la pesca abbondante di cui abbiamo bisogno.
Quando si trovarono in mezzo al mare di Tiberiade, ordinò loro di gettare le reti per pescare. Sebbene ciò appaia incongruo a Pietro, egli eseguì sulla Parola del Signore.
Ecco il segreto della Nuova Evangelizzazione: se la facciamo in nostro nome o a titolo di tale gruppo o Movimento, saremo come Pietro quando pescò tutta una notte senza prendere nulla. Ma quando lo fece nel Nome del Signore, la quantità di pesci fu così grande che la sua rete stava quasi per rompersi e non poteva tirarla su. L’insegnamento seguente è di gran lunga il più ricco: a insistere nel tirare su la rete piena di pesci, questa si sarebbe rotta. Se ci fossero riusciti, la barca sarebbe affondata sotto il peso e sarebbero periti, perché erano lontani dalla riva.
Fecero allora segni ai loro compagni nell’altra barca perché venissero in loro aiuto. Quando arrivarono, tirarono su insieme la rete e riempirono le due barche al punto che s’inabissavano. Da soli, non possiamo tirare su la rete, perché non regge. La si rompe ed è perduta. Se vogliamo caricare tutti i pesci nella nostra barca, saranno così numerosi che la rete si romperà e si perderanno i pesci.
La strategia prudente fu di chiedere aiuto ai loro associati. Quando questi arrivarono, si poté realizzare felicemente l’operazione. L’insegnamento è che, perché abbiamo successo nell’evangelizzazione, dobbiamo aiutarci gli uni gli altri. Altrimenti, la barca di Pietro resterebbe vuota o affonderebbe. E riempirono a tal punto le due barche: c’è pesce per tutti. Tutte le barche possono essere riempite, ma sempre alla stessa condizione: collaborare gli uni con gli altri.
Se Pietro avesse voluto tutta la pesca per sé, l’avrebbe completamente perduta, ma quando decise di condividerla con i suoi colleghi dell’altra barca, poté riempire la sua. D’altra parte, è quando i suoi compagni che erano sulla riva senza aver preso nulla decisero di aiutare in modo disinteressato coloro che stavano pescando, che videro riempirsi anch’essi la loro barca. Abbiamo troppo poco tempo per evangelizzare. Non possiamo permetterci il lusso di sprecarlo con gelosie, invidie né critiche.
Dobbiamo approfittarne per evangelizzare, condividendo i nostri bottini, la nostra esperienza e tutto il bene che abbiamo accumulato lungo la nostra carriera. Secondo me, il più grande miracolo non è la quantità di pesci che ottennero, ma l’unità dei pescatori. L’abbondanza di pesci non era un miracolo, ma la conseguenza logica dell’unità dei pescatori. Quando evangelizzeremo uniti come corpo del Cristo, saremo sorpresi della grande potenza che abbiamo quando lavoriamo insieme.
È per questo che non chiamerei questo passo “la pesca miracolosa”, ma piuttosto: quando ci uniamo per evangelizzare, la testimonianza dell’amore che manifestiamo ha un potere più grande delle parole che pronunciamo. È per questo che Gesù dice nella preghiera sacerdotale: “Padre, che siano una cosa sola come tu e io siamo uno, affinché il mondo creda” (Gv 17, 21). Cioè, la testimonianza dell’unità cristiana è un segno che mostra che il Regno è arrivato in questo mondo e riagisce direttamente a favore dell’evangelizzazione.
Conclusione
La Nuova Evangelizzazione è frutto dello Spirito Nuovo promesso dal profeta Ezechiele: metterò in voi uno Spirito Nuovo... (Ez 36, 26). Solo lo Spirito Santo può rinnovare la faccia della terra, rinnovando i cuori di coloro che credono in Gesù come loro Salvatore. Lui solo ci fa proclamare che Gesù è il Signore. Lo Spirito Santo che ha unto Gesù nel Giordano è lo stesso che fortifica gli evangelizzatori per annunciare la risurrezione di Gesù-Cristo dai morti e apre i cuori, disponendoli a rispondere all’appello della conversione.
La Nuova Evangelizzazione è integrale: tutto il Vangelo per tutto l’uomo e tutti gli uomini. Il Vangelo che cambia i cuori trasforma anche le relazioni degli uomini e instaura un nuovo stile di vita, in accordo con i valori e i criteri evangelici. In una parola, instaura la civiltà dell’amore, un regno di giustizia, gioia e pace nello Spirito.
La Nuova Evangelizzazione non può esistere senza nuovi evangelizzatori che non siano dei reporter che ripetono ciò che gli altri hanno detto, ma dei testimoni dagli occhi aperti e dal cuore palpitante che hanno sperimentato la Nuova Vita e hanno toccato il Verbo di Vita. Degli evangelizzatori che evangelizzano con l’ardore di colui che ha vissuto un incontro personale con Gesù-Cristo e che non può non parlare di ciò che ha vissuto.
Durante il Congresso Internazionale del Rinnovamento celebrato a Roma nel 1975, ci fu una profezia nella Basilica di San Pietro in cui Ralph Martin disse tra l’altro: “Viene una tappa d’evangelizzazione come non se n’è mai vista nella mia Chiesa”. Sette anni dopo, il Papa cominciava a parlare della Nuova Evangelizzazione. La Nuova Evangelizzazione non sarà forse la via perché si compia questa profezia?
D’altra parte, nasce nell’ambito del Rinnovamento il progetto “Evangelizzazione 2000” che incoraggia i cattolici a essere evangelizzatori e che tenta di offrire a Gesù un grande regalo per il suo duemillesimo anniversario: un mondo più cristiano, senza guerre né ingiustizie, un mondo dove regnano la giustizia e la pace, la solidarietà e l’amore. Ci avviciniamo all’anno 2000. Molti parleranno di catastrofi, ma noi siamo i messaggeri della Buona Novella: Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unico, non per condannarlo, ma perché il mondo sia salvato.
Siamo alla fine di questo secondo millennio, e se è ben vero che esistono grandi problemi e che siamo in pericolo di una catastrofe nucleare, non è meno certo che Dio ama questo mondo, e che vuole salvarlo. Siamo alla vigilia di un anniversario: tra poco farà 2000 anni che Gesù è vivo e dà la vita a coloro che credono nel suo nome. E il Vangelo, invece di svanire o indebolirsi, ritrova un nuovo splendore. Non c’è altra risposta per l’uomo d’oggi che lo stile di vita e gli insegnamenti di Gesù di Nazareth. Ci avviciniamo all’anno 2000, ma Gesù è lo stesso ieri, oggi ed eternamente. Non abbiamo bisogno di un nuovo Vangelo, ma di una Nuova Evangelizzazione. È l’ora di evangelizzare, e di evangelizzare uniti.
Riprodotto
Il 11 febbraio 2001
Festa di Nostra Signora di Lourdes
Giornata mondiale dei malati
Da Yves Rancourt, ptre
St-Georges
P.Q., Canada